Mezza giornata a Stoccolma: destinazioni misteriose, musei all’aperto e fiammiferi

Il mio primo viaggio a Stoccolma non lo avevo immaginato così. All’aeroporto di Arlanda, insieme ai bagagli arriva la prima brutta notizia, quando Ole, il referente locale, ci informa della nostra destinazione. No, non alloggeremo in centro, perché il mattino dopo il volo che ci porterà nel nord della Svezia partirà all’alba. Passeremo la notte in una sorta di dormitorio non lontano dalla pista di atterraggio, cullati dal rumore dei Boeing. Ma non importa: un pomeriggio nella capitale svedese in cambio di una notte insonne mi sembra buon compromesso.
Saliamo sul minivan che dopo mezz’ora ci lascia in hotel, lontano sia dal centro che dall’aeroporto. Cerco di convincermi che va bene così: in fondo siamo qui per lavorare. Lasciamo le valigie al Tre Rosor Pensionat – il pensionato delle tre rose – che ha tutta l’aria di un ricovero per anziani, con la moquette beige e le tende arancioni. Ma sono determinata a non buttarmi giù al primo ostacolo, per cui torno al minivan che ci porterà in centro. Durante il viaggio ne approfitto per cercare di avere più informazioni da Ole: cosa ha organizzato per noi? Cosa prevede il pomeriggio? Dove ceneremo? Lui è muto come un pesce: il programma del pomeriggio di mezza estate è una sorpresa, per cui si rifiuta di parlare.

Narrow Street in Gamla Stan, Stockholm by 2benny, on Flickr

Dopo 40 minuti di viaggio arriviamo a destinazione: come una classe di bambini in gita, io e i miei colleghi ci guardiamo intorno, incerti su quale direzione prendere. Ole ci fa strada verso Gamla Stan, la città vecchia. Ci spiega che è uno dei centri medievali più antichi e meglio conservati, con le sue vie strette che portano alla cattedrale, e da qui allo Stortorget, la piazza centrale circondata da edifici colorati, tra cui anche la Borsa di Stoccolma. Giusto il tempo di una foto di gruppo, e via di nuovo di corsa, diretti allo Sveriges Kunghaus, il palazzo reale. Anche qui l’unico lusso che ci viene concesso è uno scatto veloce con l’Iphone. Forse stiamo facendo la mezza maratona di Stoccolma, ma non osiamo dire nulla a Ole per non rischiare di essere rispediti nel dormitorio dell’aeroporto.
Appena il tempo per un caffè e il minivan è già pronto per ripartire verso la prossima tappa. Un collega coraggioso chiede a Ole dove siamo diretti, e lui risponde con due parole: “Skansen, Djurgården.”

Stoccolma 11.jpg

Cerchiamo velocemente su Google e scopriamo che Djurgården e Skansen sono, rispettivamente un’isola a est di Stoccolma, e un museo all’aperto con relativo zoo. A questo punto penso di buttarmi dal minivan in corsa: odio gli zoo e detesto i musei all’aperto, con i loro manichini inquietanti che mungono mucche di legno, pettinano bambini di gesso e tagliano verdure di plastica. Come se non bastasse, il percorso è pieno di ostacoli: rimaniamo bloccati nel traffico per oltre 40 minuti, e arriviamo a Skansen dopo l’orario di chiusura. Ole è mortificato: ci teneva a mostrarci quello che per gli abitanti della città è considerato un piccolo gioiello. Fondato nel 1891 da Artur Hazelius, Skansen è il più antico museo all’aperto, non solo della Svezia ma di tutto il mondo. L’idea di Hazelius era di rappresentare la cultura e le tradizioni del paese creando case e fattorie, con tanto di orti e giardini. Ole ci assicura che l’intento del fondatore di mostrare la storia del paese illustrandone le diverse condizioni sociali dal XVI al XX secolo è riuscito perfettamente. Il progetto dello zoo è nato su premesse simili, con l’obiettivo non tanto di mettere in mostra animali esotici e selvaggi, ma piuttosto le specie autoctone di maiali, mucche, oche e alci.

Skansen 02.jpg

A questo punto ci siamo ammorbiditi nei confronti della nostra guida: in realtà ci stava mettendo fretta per mostrarci una parte della sua città che di solito non rientra negli itinerari turistici. Ole ha ancora un asso nella manica: nonostante i cancelli di Skansen siano ormai chiusi, ha prenotato per noi il Gubbhyllan.
Situato alle spalle dell’ingresso principale, l’edificio di legno risale al 1816 e ospita il ristorante omonimo, gestito dallo chef Karl Christer Wallberg. Ci aspetta sulla veranda, dove ci viene offerto l’aperitivo. Siamo a metà luglio e il sole non è tramontato, per cui il clima è piacevole. Il nostro ospite ci spiega che gubbhyllan significa letteralmente “scaffale dei vecchi”, a indicare la veranda di legno dove un tempo si davano appuntamento gli anziani per bere punch e fumare. Ci fa accomodare a un tavolo all’interno dove, prima di servirci la cena, ci parla della filosofia del locale: utilizzano solo ingredienti di stagione, che rispecchiano le tradizioni della cucina svedese. Ci fa poi assaggiare i suoi piatti: pane fatto in casa, aringhe affumicate, cervo, verdure al forno e torta al rabarbaro.

Skansen 01

Dopo il caffè, Ole ci accompagna nella sala adiacente, dove si trova la sede del Tobaks Tändsticks Museum, il museo del tabacco e dei fiammiferi. Scopriamo così che i piccoli fiammiferi di legno conosciuti in tutto il mondo sono stati inventati proprio in Svezia. L’idea venne sviluppata nel 1844 dal farmacista Gustav Erik Pasch, per essere poi perfezionata l’anno successivo dai fratelli Lundström, che ne ottennero il brevetto. Oltre a una serie di documenti, fotografie e oggetti risalenti alla fine del 1800, si trovano riproduzioni delle vecchie confezioni di fiammiferi decorate con animali, galeoni, locomotive.

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Non ho molte corone svedesi con me, ma abbastanza per comprare due scatole di fiammiferi: una per me e una da regalare a Ole, come ringraziamento per averci mostrato una parte della città che altrimenti non avremmo potuto conoscere.

Cover photo © Matias Larhag

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