Berlino: profondo est

Il primo giorno a Berlino è servito per avvicinarmi alla città, passando in maniera impercettibile da una parte all’altra della linea di confine. A partire dalla seconda giornata mi sono addentrata nella zona che secondo me ha più da raccontare, oltre il muro, oltre il confine che separava l’est dall’ovest. Questa scelta mi ha permesso di capire che il ricordo del dolore rimane, nonostante le ferite di Berlino siano guarite.

Quando arriviamo alla Ostbahnhof vediamo come il vecchio e il nuovo convivano: la stazione dell’est con i suoi mattoni rossi e le volte di ferro battuto da un lato, i palazzoni ultra moderni dipinti a colori vivaci dall’altro. Camminiamo sotto un sole mite verso la Mühlenstrasse, diretti al punto di inizio della East Side Gallery, la più grande galleria a cielo aperto. Lungo questo tratto di strada della ex Berlino Est il muro è integro: su una superficie di quasi un chilometro e mezzo di cemento armato, centinaia di artisti hanno lasciato il loro segno all’inizio degli Anni Novanta per celebrare la ritrovata libertà.

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I colori sono vivaci e i soggetti ironici, come l’opera di Birgit Kinder in cui una Trabant sfonda il muro, o quella dell’artista russo Dimitrji Vrubel, che riproduce fedelmente la fotografia del 1979 in cui Leonid Brezhnev ed Erich Honecker si abbracciano e si baciano per celebrare l’anniversario della DDR. Mein Gott, hilf mir, diese tödliche Liebe zu überleben, recita la scritta sotto l’opera di Vrubel: Dio mio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale. Un tödliche Liebe, quello tra la Repubblica Democratica Tedesca e l’Unione Sovietica, che ha spezzato in due un paese.

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Nel punto in cui finisce il tratto di muro, i turisti si mettono in posa accanto alle opere per scattare un selfie, forse senza rendersi conto che i colori e i soggetti dei murales nascondono una tristezza infinita.
È una sensazione di malinconia quella che provo, come se non riuscissi veramente a cogliere il significato di quello che ho davanti agli occhi.

Proseguiamo verso un altro simbolo della divisione tra est e ovest, l’Oberbaumbrücke, il ponte con le due torri di mattoni rossi. È maestoso, con le campate che sorreggono la strada al livello inferiore e la metropolitana a quello superiore. Altro punto cardinale della città divisa, il ponte rosso divenne uno dei tanti checkpoint durante la Guerra Fredda.

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Dall’Oberbaumbrücke prendiamo il tram che porta a Grünbergerstrasse. Prima di partire avevo letto di un posto in cui tutto è rimasto immutato dai tempi della DDR: una birreria in cui si respira aria di ostalgie, la nostalgia del regime comunista. Però non c’è verso di trovarla. L’articolo che avevo letto risale a poco più di un anno fa, ma niente da fare: al numero civico indicato c’è una porta chiusa da un lucchetto impolverato. Proseguiamo verso Boxhagener Platz, dove ogni domenica si svolge il Flohmarkt, il mercato delle pulci. L’atmosfera è simile a quella di altri mercatini in altre città: c’è odore di polvere e di incenso; la gente cammina senza una meta precisa, sbirciando pigramente tra i banchi che vendono abiti usati, vecchie radio e borse all’uncinetto. Meglio passeggiare lungo le stradine che circondano la piazza, approfittando della temperatura gradevole.

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Non ci soffermiamo molto perché ci sono ancora tante cose da vedere, a partire dalla vicina Karl-Marx-Allee, il viale monumentale che attraversa i quartieri di Friedrichshain e di Mitte. Di per sé non è che ci sia qualcosa di particolare: quello che mi incuriosisce è che questa strada larga 90 metri fu costruita sulla base dei modelli architettonici dell’Unione Sovietica. Non sono mai stata in Russia, ma il corso enorme e impersonale corrisponde all’immagine che ho dell’URRS: le due torri imponenti e austere, i palazzi di nove piani che si affacciano sulle corsie del viale che fino al 1961 portava il nome di Stalin-Allee.

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Ci lasciamo Stalin alle spalle e arriviamo alla Fernsehturm, ad Alexanderplatz. Avevo visto delle foto dei tempi della Guerra Fredda: ricordo un’immagine in bianco e nero che raffigura un nonno e un nipote che camminano nella nebbia sotto la sagoma appuntita della Torre della Televisione, passando accanto all’Orologio del Mondo. Sullo sfondo, una sagoma che sembra quella di un soldato. Solo quelle tre persone e nient’altro: il contrasto con questa domenica pomeriggio di novembre fa quasi male, al punto che verrebbe da pensare che siano due posti diversi. Le insegne della Nike, del McDonald’s e del Dunkin Donuts sono un pugno in un occhio. Decidiamo di non salire in cima alla torre perché c’è una coda infinita e ci dirigiamo verso il Rotes Rathaus, il municipio rosso che, ai tempi della città divisa, ospitava l’amministrazione comunale di Berlino Est.

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Dal palazzo del comune attraversiamo la strada e siamo nel Nikolaiviertel, quartiere che prende il nome dalla chiesa di San Nicola. Se dovessi ritornare a Berlino, questo è uno dei posti che eviterei: l’aria apparentemente antica dei palazzi e delle strade è in realtà nient’altro che un inganno, poiché l’intero quartiere è stato costruito negli anni Ottanta con l’intenzione di imitare l’architettura del XVIII secolo. A parte la Nikolaikirche, per il resto tutto sembra urlare trappola per turisti, dai negozi di souvenir alle birrerie con le cameriere vestite da kellnerin bavaresi. La sensazione è quella di essere a un’improbabile Oktoberfest sulla riviera romagnola. Troviamo un locale senza infamia e senza lode lungo la Sprea, dove ordiniamo una fetta di torta salata: è decente e svolge la sua funzione basilare.

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L’ultima tappa è il DDR Museum, accanto al Duomo di Berlino. La scelta tra il duomo e il museo forse non è quella giusta, perché non so fino a che punto il messaggio che il museo vuole trasmettere arrivi a destinazione. Certamente non è arrivato alla famigliola italiana composta da mamma papà e tre figli che hanno creato una coda chilometrica nella zona dove c’è una Trabant sulla quale si può salire per pochi minuti vedendo proiettate sul parabrezza le strade di Berlino Est. Bisognerebbe capire che non è il museo della Ferrari e nemmeno il parco giochi delle Micro Machines, e se non lo capiscono i bambinetti urlanti, allora glielo dovrebbero spiegare i genitori, che invece li incoraggiano ad “andare più forte”.

ddr-museum-trabant

Non saprò mai che odore ha una Trabant o quanto fossero scomodi i suoi sedili, ma almeno so che aspetto avevano gli appartamenti del popolo. È una sensazione strana quella si prova entrando: si passa attraverso un ascensore vero ma immobile, provienente proprio da uno dei palazzi di Berlino Est. Si intuisce cosa significasse vivere in un mondo in cui ti veniva imposto come vestire, cosa mangiare, come impegnare le tue giornate e cosa pensare. Dall’arredamento, alla scelta degli elettrodomestici ai cibi – scarsi – a disposizione. Forse è il pensiero che questa era la vita che si era costretti a condurre fino a poco più di cinquant’anni fa, forse sono gli abiti appesi nell’armadio della camera da letto, o la coperta gialla abbandonata sul divano, ma il messaggio è chiaro: la vita nella DDR è stata sinonimo di privazione, fame, repressione e terrore.

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La giornata è quasi conclusa, manca solo la cena. Ci spostiamo più a sud, verso Kreuzberg, forse il quartiere più multiculturale della città: qui vivono studenti, artisti, punk e immigrati turchi. Anche in questa zona il passato fa capolino agli angoli delle strade, facendo tornare in mente che Kreuzberg fu una delle aree più turbolente nel dopoguerra. Era il quartiere delle Mietkasernen, le case popolari costruite nell’Ottocento. Negli anni Ottanta divenne una zona di frontiera, intrappolata tra l’ovest e l’est: i suoi abitanti scesero in strada per lottare contro la polizia che voleva cacciarli dalle case, per la maggior parte occupate. Kreuzberg divenne un campo di battaglia, e le birrerie divennero il punto di ritrovo degli operai e dei Besetzer che occupavano gli appartamenti. Uno dei locali più antichi è Henne, una vecchia Kneipe um die Ecke, un’osteria situata su un crocevia, all’angolo di un palazzo.
All’ingresso c’è un cartello in cui si avvisano i clienti che è vietato scattare foto, e non penso nemmeno per un momento di fingere di non averlo visto. Peccato, perché forse anche io sarei riuscita a fare qualche scatto evocativo in un posto così.

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Probabilmente ha subìto poche modifiche dall’inaugurazione nel 1908: è un locale grezzo; non ha l’aria vecchia, è proprio vecchio. Sicuramente i tavoli e le panche che traballano sul pavimento irregolare sono gli stessi di allora, così come le tende di tessuto verde che tengono fuori il freddo e impediscono a chi è fuori di vedere all’interno. L’unica fonte di riscaldamento proviene da una stufa a legna dall’aspetto più antico di quello del bancone rivestito di piastrelle verdi. L’illuminazione è scarsa, con qualche lampadario che pende da un soffitto scrostato e illumina le corna di alce appese sopra la porta. Il menu viene descritto in maniera sbrigativa da una cameriera che non ha tempo da perdere: dobbiamo scegliere tra due antipasti, insalata di patate o di cavolo; il piatto principale è uno solo, mezzo pollo impanato e fritto. Per finire torta al cioccolato o alla vaniglia. Quando la donna si avvicina per chiederci se vogliamo un’altra birra diciamo di sì, decisi, per non contrariarla. Prezzo super popolare: nemmeno quindici euro a testa. Se dovessi descrivere il posto (e il pasto) con un solo aggettivo, allora sarebbe questo: autentico.

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36 pensieri riguardo “Berlino: profondo est

  1. No peccato per la birreria dell’ostalgie! Dai tuoi racconti e dalle tue foto emerge un grande contrasto architettonico, quasi ad ogni angolo Berlino cambia genere e secolo. Però se il Nikolaiviertel non è autentico l’avrei evitato anche io. Quanto mi piacerebbe invece visitare un museo come il DDR, Silvia ma la foto al divano l’hai scattata volutamente con quell’angolazione? Hai notato che coperta e cuscino si avvicinano tantissimo ai colori della bandiera tedesca? Bravissima che colpaccio! 😉
    Ti abbraccio, buona serata!

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    1. Hai ragione, ad ogni angolo si cambia genere, a volte addirittura lungo la stessa strada.
      Per la foto potrei dirti che sì, ho proprio scelto quell’angolazione, ma in realtà è stato un colpo di fortuna: all’altra estremità del divano si era seduto un visitatore stanco con tanto di zaino e solo inginocchiandomi a terra e scattando da quell’angolazione sarei riuscita e non far rimanere il turista nell’inquadratura… E anche i colori li ho notati solo quando ho scaricato le foto a casa – sono proprio negata!

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  2. Ma che bel post.
    Hai raccontato particolarmente bene le sensazioni provate anche da me in quella zona di Berlino, quella est.
    E’ un piacere con riserva e la riserva non è una questione “negativa”, bensì “riflessiva”.

    Sì, mi è piaciuto; sì, è una bella città; sì, diciamo di sì… ma non è quello! E’ l’aria che tira…
    Tutto è riassumibile così….

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    1. Sono perfettamente d’accordo: la riserva è riflessiva e non negativa, almeno dal mio punto di vista.
      I turisti alla East Side Gallery possono diventare veramente molesti, in particolare le ragazzine che fanno la linguaccia verso il cellulare: mi chiedo se a scuola non abbiano mai sentito parlare di quello che è successo in Europa negli ultimi cento anni?
      Non ti dico quanto ho aspettato per riuscire a fare qualche scatto senza un gruppetto in posa…
      Buona giornata 🙂

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  3. Io sono stata una volta a Berlino e devo dire che non mi aveva colpito particolarmente. Adesso, sarà che sono un po’ cresciuta, sarà che vedo le cose con occhi diversi, leggo e articoli e ogni volta mi sento sempre un po’ più attratta.. specialmente quando leggo di certe emozioni o sensazioni come hai fatto tu. Complimenti per le foto, specialmente quella di copertina,mi ha colpito subito!

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    1. Forse quando uno è “troppo giovane” non è pronto per questa città: probabilmente se io ci fossi andata all’età di quindici anni non avrei colto certe cose. Ora che sei un po’ più “vecchia” ci dovresti tornare 😉
      Mi fa piacere che ti siano piaciute le foto, ho dovuto armarmi di pazienza e aspettare che non ci fosse coda per fare qualche scatto decente.
      Buona giornata 🙂

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  4. Durante la mia esperienza a Berlino non ho visitato il DDR museum, ero curiosa e scettica allo stesso tempo. Mi incuriosiva il fatto che fosse una sorta di museo “interattivo” quindi potevi toccare con mano la vita che si provava nella Berlino est ma uscendo da li il mio cuore sarebbe diventato piccolo piccolo…
    PS il muro è ancora transennato?

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    1. Anche io avevo dei grossi dubbi soprattutto perché avevo paura che fosse un po’ una sorta di circo dove uno poteva andare a vedere “delle cose strane” successe nel passato, non so se mi spiego 😉 Comunque è un’esperienza utile dopo tutto.
      Il muro è ancora transennato per la maggior parte della lunghezza, infatti devi praticamente infilare la macchina fotografica tra le maglie della rete per scattare delle foto senza le transenne. In alcuni punti invece è “libero”.
      Grazie per essere passata 🙂

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  5. Silvia mi stai facendo venire voglia di tornare a Berlino per riscoprirla meglio! Ho visitato anche io il DDR museum, dentro ho percepito un’ atmosfera strana, nel senso ti mettono davanti ad una realtà di vita dura e sofferta ma poi dentro vedi la gente che cazzeggia come se fosse alla Fiera del vintage, sono uscita con una strana confusione in testa! Che te lo dico a fare la Trabant l’ ho vista solo di sfuggita! Nickolaiviertel purtroppo l’ ho trovato costruito bene ma piuttosto artificiale, un posto veramente poco credibile considerando la storia della città!

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  6. È sempre bello leggere di un posto che ho visitato attraverso gli occhi di qualcun altro 🙂
    Sono assolutamente d’accordo con te sul fatto che al DDR Museum ci sono persone che non hanno capito il senso di questo museo, il messaggio che trasmette e come ci si dovrebbe comportare, con un minimo di rispetto per la storia che racconta..
    A differenza tua, però a me è piaciuto un sacco passeggiare per Nikolaiviertel, forse perché c’erano pochi turisti, forse perché c’era silenzio, forse perché mi sono innamorata dei peluches giganti, mi è sembrato un angolo dolce dolce 🙂

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    1. Sì anche a me piace sapere quello che hanno visto gli altri in un posto dove sono stata, e scoprire quello che a loro è piaciuto e a me no o viceversa.
      Di sicuro al Nikolaiviertel la marea di gente che mi passava sui piedi a ogni angolo non ha contribuito 😉 Magari se ci fossi stata di sera…
      La mancanza di rispetto al DDR Museum e in altri posti è davvero sconfortante…

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  7. Ti lascio un nuovo commento sul tuo viaggio a Berlino, perché adoro la città vista anche dai tuoi occhi…
    Mi vergogno parecchio, ma io questa parte di Berlino non l’ho vista!!!! Ma com’è possibile??? E che ci sono andata a fare a Berlino? :((((
    Hai ragione su una cosa fondamentale: bisogna essere maturi per questa città.
    Un caro abbraccio!

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  8. Molto malinconica, e per questo bellissima, la tua passeggiata a Berlino. Non posso dare giudizi perché non ci sono stata, ma nella mia mente Berlino è una città difficile, che va “pensata” e scoperta, conosciuta. Il tuo racconto offre tanti spunti di riflessione. Per concludere con una nota golosa, la torta alla vaniglia davanti alla stufa è davvero invitante! 💙

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  9. Tornare a Berlino sarebbe uno dei miei desideri più grandi. Per approfondire, per ripercorrere, per soffermarmi su tanti aspetti che ad una prima visita di appena tre giorni possono essere sfuggiti. Anche a me colpirono quelli che sorridevano in posa al Monumento alla Shoah. C’era persino una sposa a fare le foto in quella location…che ti devo dire Silvia…forse è davvero inconsapevolezza. O la gente dimentica troppo in fretta.

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    1. Ciao Alessia! Il tuo post su Berlino mi è stato utilissimo per pianificare il mio programma. Anche io vorrei tornarci presto perché purtroppo ho dovuto rinunciare a tante cose che avrei voluto vedere.
      No, la sposa? Ma come si fa a essere così? Non mi viene nemmeno in mente la parola adatta: forse fuori luogo. O magari è proprio come dici tu: la gente dimentica troppo in fretta…
      Un bacione ❤️

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  10. Continua il mio amore/odio verso questa città così ricca di storia e nonostante tutto – a pelle – così fredda.
    Spero davvero di ricredermi un giorno, quando la visiterò, per ora so dirti solo che ci sono degli angoli che mi piacciono tantissimo e degli angoli che proprio mi fanno storcere il naso!
    Non mi convince mai del tutto ed è raro che questo capiti con una città.
    La Germania sembra proprio non fare per me, almeno quella delle grandi città! ahahah

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  11. Concordo, spesso la gente non si rende conto di cosa ha davanti. Foto in posa davanti al monumento delle vittime della Shoah, scritte inutili che imbrattano East Side Gallery e così via. A volte un bel ripassino di storia e di buone maniere non guasta mai. Buona giornata!

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