Berlino: a spasso lungo la linea di confine

La mia intenzione, già prima di partire, era quella di avvicinarmi a Berlino in punta in piedi. Mi ero fatta l’idea che fosse una destinazione impegnativa, dove il passato aveva lasciato il segno in maniera più visibile che in altri posti. Spero di esserci riuscita, ad affrontare questa città con passo lieve, e a raccontarla nel modo che merita.

Durante il primo dei tre giorni a Berlino ci comportiamo come quando si va a cena con delle persone che si conoscono superficialmente: non si affrontano temi che potrebbero urtare la sensibilità degli altri, si evitano riferimenti a un passato di cui si sa poco. Decidiamo di “rimanere sul vago”, di passeggiare e di guardarci intorno lungo la linea di confine tra quelle che erano le due parti contrapposte della città. Non siamo pronti ad addentrarci nella ex Berlino est, non ancora, per cui rimaniamo con un piede da una parte e uno dall’altra.

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Quando lasciamo l’albergo sono appena passate le undici del mattino: la temperatura non è troppo bassa, ma l’aria fredda è impietosa. Prendiamo la metropolitana e quando risaliamo in superficie lungo Friedrichstrasse chiudo per bene i bottoni del cappotto. Capiamo di essere arrivati al Checkpoint Charlie, il passaggio di frontiera per chi arrivava dall’occidente, grazie alla folla di turisti che aspettano in maniera non troppo disciplinata di farsi immortalare insieme ai due attori vestiti da soldati. Ci fermiamo all’altezza della Casa al Checkpoint Charlie, dove avviene il nostro primo incontro con quello che resta del muro: nient’altro che un blocco di cemento coperto di graffiti, una lastra di metallo raffigurante un martello e un compasso, lo stemma della DDR, e una stella rossa con le punte arrugginite. Simboli di un passato che, anche se non esiste più, non è poi così lontano.

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Proseguiamo verso la casupola di legno, pensando alle guardie appostate dietro ai vetri troppo sottili per tenere fuori il freddo delle notti berlinesi, e alle persone che hanno perso la vita nel tentativo di passare da una parte all’altra della linea di confine. Ora invece lungo il percorso del muro c’è una serie di negozi di souvenir che vendono colbacchi, pezzi del muro e soldatini di plastica. Per certi versi mi sembra un po’ irrispettoso, come se non fosse il modo giusto di ricordare quello che è successo qualche decennio fa.

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Lungo la Friedrichstrasse facciamo una pausa in un locale che mi era stato consigliato. È ora di pranzo e inizio a essere un po’ infreddolita, quindi decidiamo di riposarci un po’. Da Oh Angie servono pasti veloci a base di ingredienti freschi e di stagione. Il loro motto è Cuciniamo con il Cuore! Di sicuro il farmer burger e la torta di mele con vaniglia sono freschissimi e il posto accogliente – sempre che non vi dispiaccia mangiare in un centro commerciale, con la gente che vi passa accanto con le borse della spesa. Non che sia un problema insormontabile, ma le immagini del sito non facevano trapelare che i tavoli rustici fossero proprio nella piazza centrale di una galleria per lo shopping.

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Rifocillati e riscaldati dal caffè ci rimettiamo in marcia. La prossima destinazione la raggiungiamo a piedi, camminando lungo la Wilhelmstrasse. In poco meno di venti minuti arriviamo allo spazio espositivo Topographie des Terrors, allestito dove un tempo si trovava il quartier generale delle SS. All’interno, documenti e fotografie che descrivono ciò di cui gli uomini sono stati capaci di fare ad altri esseri umani, mentre all’esterno si trovano 15 stazioni che ripercorrono la storia degli orrori della Gestapo. C’è ancora un tratto di muro al di là del quale sorge il Ministero delle Finanze: un palazzo cupo, che fa aumentare la sensazione costante di pelle d’oca. Sarà per via dell’aspetto austero e rigoroso, sarà perché ho letto che l’edificio fu la sede del Ministero dell’Aviazione a capo del quale vi era Hermann Göring, ma non posso fare a meno di provare a immaginare – senza riuscirci davvero – cosa volesse dire vivere a Berlino a quell’epoca.

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Niederkirchnerstrasse è dietro l’angolo: un tempo si chiamava Prinz-Albrecht-Straße e ospitava l’hotel omonimo in cui si trovava la sede dell’ufficio di Himmler. Lasciamo il quartier generale degli orrori, con un senso di disagio che non diminuisce mentre camminiamo lungo Wilhelmstrasse, dove fino al 1945 si concentravano le principali sedi del governo. Una deviazione ci conduce a Unter den Linden, il viale lungo un chilometro e mezzo e largo 60 metri. Gli spazi sono ampi, non c’è nulla di angusto e finalmente mi scappa un sorriso.

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Per un momento, passeggiando lungo il viale che conduce alla Porta di Brandeburgo prima e, proseguendo sulla destra lasciando Pariser Platz alle spalle, fino al Reichstag, non si respira angoscia. Non che qui la storia non abbia lasciato il segno, ma l’atmosfera è quasi di festa. È pomeriggio inoltrato, e i turisti si mescolano ai berlinesi che fanno shopping o che pedalano davanti al palazzo del parlamento. C’è profumo di autunno, di aria frizzante che arriva dal nord, di terra bagnata, di foglie umide. Ce ne sono di tutti i colori e un po’ ovunque lungo le stradine che attraversano il Tiergarten, sugli alberi e incollate sotto le suole delle nostre scarpe. È una passeggiata di quasi venti minuti ma è gradevole, nonostante il freddo.

Under an overcast sky and with a chilly wind hitting my face I love #Berlin #germany #brandenburgertor #tiergartenberlin #foliage

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Non abbiamo una meta precisa ma ci fermiamo al Memoriale per gli Ebrei Assassinati d’Europa, dove non scatto fotografie. Si respira di nuovo aria pesante, fino a Potsdamer Platz, dove la situazione sembra migliorare. La piazza, con i suoi grattacieli futuristici, ricorda vagamente Times Square: solo più piccola, più austera e più spigolosa. Il Sony Center, i bar e i centri commerciali non riescono tuttavia a nascondere quello che è stato. Saliamo in cima alla Kollhoff Tower: sul terrazzo panoramico al 25° piano è possibile confrontare le fotografie del passato con il presente. Si parte dai gloriosi Anni Venti, quando la piazza divenne uno dei crocevia più trafficati d’Europa, fino a quando venne rasa al suolo dai bombardamenti che lasciarono una  waste land di 500.000 metri quadrati di devastazione. In seguito alla costruzione del muro,Potsdamer Platz divenne terra di nessuno, con la death strip che separava l’ovest dall’est.

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In cima alla Kollhoff Tower approfittiamo del Panoramacafé per concederci una pausa. Non è economico e la cioccolata calda è appena passabile: il punto forte è la posizione, con i tavolini che permettono di avere una visuale a 360 gradi sulla città, dalla Porta di Brandeburgo al Reichstag, dalla Cattedrale alla Torre della Televisione.

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Siamo vicini all’hotel, per cui decidiamo di rientrare alla base per un po’. Poco dopo siamo pronti per affrontare nuovamente il freddo e il sistema dei trasporti, con il quale ormai abbiamo preso confidenza. Arriviamo a Schöneberg, quartiere della zona sudoccidentale. Ogni angolo di questa città è permeato di storia, al punto che anche i sampietrini hanno qualcosa da raccontare. È proprio in una piazza di questo Bezirk che Kennedy pronunciò il discorso in cui dichiarava di essere ein Berliner.
Renger-Patzsch è anch’esso un locale ricco di storia, a partire dal nome che porta. Oltre a essere un pioniere della fotografia paesaggistica, Albert Renger-Patzsch era un caro amico di un certo Fritz Schupp, architetto berlinese che collezionò le opere del noto fotografo, lasciandole poi in eredità al proprietario del ristorante che porta il nome dell’artista. Una storia un po’ complicata per un locale che invece è semplice.

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Renger-Patzsch © Cool Cities

L’arredamento è minimale, con pavimenti di legno consumati, tavoli spogli e sedie senza cuscini. Alle pareti dipinte di bianco qualche scatto di Renger-Patzsch, in bianco e nero. Dai tavoli vicini si sente parlare solo tedesco: siamo gli unici turisti, oltre a una coppia di americani poco lontano da noi. Il menu è semplice, con una serie di alcuni classici, tra cui i Kasspressknödel con verdure e funghi, e il Gulasch con patate e insalata. Decido di non scattare fotografie ai piatti, nemmeno con il cellulare, nemmeno al piatto di formaggi a latte crudo o allo strudel di datteri: temo che se lo facessi scoprirebbero subito che non sono del posto. Per un po’ voglio avere l’illusione di essere anche io ein Berliner.

The Food Traveler ringrazia airberlin e Scandic Hotels per aver contribuito all’organizzazione del viaggio

39 pensieri riguardo “Berlino: a spasso lungo la linea di confine

  1. Sono contenta Berlino ti sia piaciuta, nella sua malinconia riesce a essere una città affascinante all’ennesima potenza, almeno per me 🙂 Purtroppo concordo sui negozi di souvenir, specialmente sulle “finte” parti del muro in vendita.
    Lo strudel di datteri ha attirato la mia attenzione, era buono?
    Un abbraccio e buona domenica!

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  2. Göring, Himmler, SS…anche senza foto con le parole mi hai trasmesso tutta la pelle d’oca che ti ha generato la Berlino della Gestapo. Povera me non voglio pensare a come affronterò Auschwitz. Quell’effige col compasso mi sa tanto di massoneria sai? Hai ragione comunque, il circo dei souvenir e quei figuranti sono enormemente irrispettosi, mi meraviglio dei tedeschi! Stupenda invece la vista dal Panoramacafé, ci vale tutto il costo non-economico della cioccolata! 😛
    Strudel di datteri hai detto? Sono curiosissima, com’era?

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    1. Anche Auschwitz credo ti farà venire una pelle d’oca non indifferente. Io ho visto solo Mauthausen anni fa, è anche se non è un’esperienza piacevole è comunque una di quelle cose che una volta nella vita vanno fatte perché fanno riflettere.
      I due attori sono veramente ridicoli 😉
      Lo strudel strepitoso!

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  3. Mi fa piacere leggere che Berlino ti sia piaciuta, forse perché l’hai scoperta in punta di piedi, come ho fatto io. Ha una tale storia dietro che non si può prendere con leggerezza.
    Mi piace il percorso che hai fatto, io non sono salita sulla Kollhoff Tower però, ne vale la pena?
    Un abbraccio 🙂

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    1. Sì forse come dici tu è perché mi sono avvicinata con molto rispetto (spero).
      Vorrei tornarci presto, perché mi rendo conto che purtroppo sono molte le cose che mi sono persa.
      Se ti capita la Kollhoff Tower vale la pena: l’ascensore ha un costo accettabile (circa 6 euro) rispetto ad altre attrazioni, e non c’è la coda che si dovrebbe fare per salire sulla torre della televisione.
      Grazie per essere passata 🙂

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  4. Dalle tue foto ho riconosciuto ogni angolo di Berlino. E’ stato un viaggio che mi ha segnato tantissimo, cinque giorni per me di full-immersion nella storia che ha reso un po’ tutti quelli che siamo oggi.
    Città intensa, davvero, io non ho altre parole per descriverla e complimenti per il tuo modo di descrivere le sensazioni che solo un luogo come Berlino può regalare.
    Un abbraccio! :*

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  5. Sono sinceramente felice di leggere queste belle parole su Berlino, finalmente! L’hai attesa tanto e sono contenta che sia stata all’altezza delle tue aspettative, perché so bene che Berlino può essere meravigliosa tanto da farti innamorare o fredda e grigia da lasciarti completamente indifferente!

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  6. È difficile avvicinarsi a questa città in punta di piedi la si deve prendere di petto, è un vero e proprio “muro” di cemento. Se non riesci a scalfiggere il muro non riuscirai mai a vederla realmente. Sarò sincera, io non ci sono ancora riuscita.
    Buona serata…

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    1. Credo che Berlino sia una delle poche città dove tutto è talmente in evidenza (per gli eventi storici di cui è stata protagonista e ha poi subito) che parlare di muro da “scalfiggere” per poterne capire l’essenza, mi sembra una forzatura fuori luogo.

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      1. Sono d’accordo con te: tutto è in evidenza e anche quello che non si vede più perché è stato abbattuto o cancellato rimane comunque lì. Forse è proprio questo che colpisce di Berlino, no? Il passato è sempre nascosto dietro l’angolo a ricordarci quello che è stato. Non sempre si può pretendere di sfondare dei muri per vedere quello che c’è dietro: in questo caso mi viene da dire che basta davvero sbirciare attraverso le fessure per capire l’essenza.
        Grazie della visita 🙂

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    2. Ciao Liliana, io non credo che ci siano modi giusti o sbagliati per avvicinarsi a una città: penso che si debba fare nel modo che ognuno ritiene più adatto. In questo caso – vuoi per carattere, vuoi per il passato di un posto come Berlino – ho ritenuto che il modo più idoneo per provare a conoscerla fosse appunto in punta di piedi, con il massimo rispetto. Non ho la presunzione di credere di esserci riuscita, per carità, ma penso che quello che cercavo sono in parte riuscita a vederlo. Se poi l’ho capito non lo so, ma spero ci saranno altre occasioni per approfondire la conoscenza con questa città, sempre in punta di piedi.
      Buona giornata anche a te 🙂

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      1. Concordo, infatti io davo il mio punto di vista. È una città per me claustrofobica, cementosa. Non ho avuto il minimo feeling. Poi ho visto i documentari nel museo del cinema (consiglio vivamente sempre a tutti di farci un salto) e l’ho riscoperta con nuovi occhi, quelli storici. Era meravigliosa prima dei bombardamenti.
        Per fortuna (per me) dal punto di vista artistico e culturale è da piangere dall’emozione. 😉 Dovrò tornarci comunque. Buon fine settimana!

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  7. Ciao Silvia, vedere il Checkpoint Charlie ridotto ad un siparietto per turisti mi ha lasciato fra il basito e l’irritato, ma in generale tutta Berlino mi ha lasciato addosso una strana sensazione. Leggendo il post mi sono resa conto che vorrei (e dovrei) tornarci per approfondire il discorso, visitare quello che ho lasciato in sospeso, in ogni caso credo che non sia una città semplice. PS. Bellissimo il nuovo blog ed il logo, purtroppo mancavo da un po’ di tempo! A presto!

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    1. Ciao Valentina, hai detto bene: la sensazione è proprio quella, tra il basito e l’irritato. Soprattutto quando poi vedi un gruppo di ragazzi italiani che quasi ti prendono a gomitate per scattare una foto, quasi come fossero davanti a un qualsiasi monumento, senza un minimo di rispetto…
      Davvero, se ti capita torna a Berlino!
      Grazie, mi fa piacere che ti piaccia la nuova veste grafica 🙂

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  8. Hai ragione, la fila di negozi di souvenir non si può proprio vedere in un posto come il Checkpoint Charlie e accanto a quel che resta del muro. Gli attori e i turisti impazziti… vabbe’, non ho parole.

    Grazie per questo splendido racconto. Berlino continua a “non chiamarmi” al momento, ma hai reso perfettamente l’idea delle sensazioni che può trasmettere una città come quella. E’ proprio per quello che sto aspettando il momento giusto per vederla 🙂

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  9. Fino a pochi anni fa non avevo mai considerato di visitare Berlino. Nonostante tante letture e film non mi attirava per nulla, forse proprio per questo suo passato così “interessante”, importante, spaventoso e recente. Ultimamente trovo sempre più persone che ne scrivono, nel bene e nel male, ed ho iniziato a pensare seriamente di farci un salto. Da quello che leggo e sento è quel tipo di città che o ti fa innamorare o ti lascia del tutto indifferente. Spero di andarci presto, a questo punto, per vedere quale effetto avrà su di me…
    Articolo interessantissimo come sempre! 😀

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  10. Sono stata a Berlino quache anno fa, immaginavo di trovare una città fredda e per nulla dialogante, invece mi ha trasmesso ed emozionato moltissimo. ❤ Ho apprezzato tanto il contrasto fra la vecchia e la nuova Berlino, quando camminavo per la città mi trovavo ad oltrepassare la linea di sanpietrini, segno del muro che la divideva. L'ho trovata entusiasmante!

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  11. Mi è piaciuto moltissimo come hai parlato di questa città, ed il tuo voler conoscerla in punta di piedi si sente eccome. Non riesco ancora ad immaginarmi questo mix di storia, muri, grattacieli, memoriali ed istantanee, ben impresse nella mente, del tempo delle S.S. Continuo a pensare che non sia una città facile da gestire sotto il profilo delle emozioni e delle sensazioni.. E poi, passami il termine volgare, eccheccaz…la M del pagliaccio paninaro folle che, accanto al negozio di soldatini, spunta al Checkpoint Charlie? Maddai.

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  12. Che fatica leggere di Berlino dopo poco tempo dal ritorno da essa.
    Sembra sempre di non aver visto nulla, di essersi perso qualcosa.
    Le sensazioni che una città come questa generano possono essere varie e diverse da persona a persona, ma l’impressione di nostalgia è comune un po’ a tutti.
    Nostalgia per cosa?!?
    Potremmo aprire un capitolo lunghissimo sul tema e non riusciremmo a venirne a capo…

    Un abbraccio,
    Elena

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