#InViaggioColCapo: San Francisco, North Beach

Otto mesi fa ho smesso di fumare. Più o meno nello stesso periodo ho iniziato a mettere nero su bianco i ricordi legati ai miei viaggi, così per avere qualcosa da fare che mi distogliesse dall’idea di accedere una sigaretta.
Durante uno di questi viaggi mi sono ritrovata a North Beach, nel cuore della San Francisco italiana: cercavo un piatto di pasta con il quale placare l’ira funesta del mio capo. Quella volta ho trovato dell’ottimo cibo cucinato da persone squisite, e l’ho raccontato in uno dei miei primi post su Non Solo Turisti.

“Ho voglia di pasta al pomodoro.” Con sei parole il capo fa scomparire il poco ottimismo rimasto in me. Fingo di non sentire, intenta a sventolare la mano in aria per fermare un taxi.

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Ascolto il mio collega mugugnare le parole “ristorante” e “albergo”, sperando che l’uomo in piedi tra noi due si lasci convincere a cenare in hotel. È stato un pomeriggio impegnativo: poco prima della conferenza l’interprete ha dato forfait, costringendomi a indossare la mia giacca stropicciata e a salire sul palco per tradurre l’intervento del capo. Per di più siamo svegli da dieci ore e, dopo due settimane di viaggio negli Stati Uniti, la stanchezza si fa sentire. Forse il capo ha nostalgia dell’Italia, forse è per questo che vuole mangiare la pasta. Ma siamo a San Francisco, non a casa, dove con un paio di telefonate qualunque suo desiderio può essere esaudito. Abbiamo fatto colazione al Café de la Presse e pranzato da Chez Panisse, dove Alice Waters ha scelto per noi il menu, per cui mi chiedo perché non possa accontentarsi di un’insalata. Tengo la mia osservazione per me e prendo posto in macchina, di fianco al taxista, perché il capo si siede sui sedili posteriori occupando quasi tutto lo spazio.

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“Allora?” tuona dietro di me. Anche il taxista è irrequieto: non gli ho detto dove dobbiamo andare, e se non mi sbrigo il semaforo lungo Market Street diventerà di nuovo rosso. Incrocio lo sguardo del mio collega, rannicchiato tra la porta e la borsa del computer: scuote la testa, segno che non ha idea di cosa fare.
“Ci sarebbe un posto…” dico con esitazione. Ricordo un ristorante in cui ero stata anni prima, ma non so nemmeno se esista ancora. Non amo mangiare nei ristoranti italiani all’estero, ma ci sono delle situazioni in cui la cucina italiana al di fuori della madrepatria ha una ragione d’essere. Come a North Beach, il quartiere italiano di San Francisco. Purtroppo però non ricordo il nome del locale, né ho il tempo di consultare internet: sia il capo che il taxista danno segni di impazienza, per cui resta solo da capire chi dei due mi tirerà il collo.

Italian Dandy by Zygia, on Flickr

“Columbus Avenue and Broadway”, dico. Anche se ho dimenticato il nome del ristorante, so che si trova di fronte alla libreria City Lights, la più famosa della città. Partiamo facendo stridere le gomme sull’asfalto, tagliando la strada a quattro macchine e altrettante biciclette. Quando dopo dieci minuti vedo oltre il profilo del taxista la libreria fondata da Lawrence Ferlinghetti capisco che siamo arrivati.

È tutto qua!” esclamo scendendo dalla macchina. Il capo e il mio collega mi guardano senza capire: si tratta del nome del ristorante, che mi è venuto in mente all’improvviso. Quando entriamo mi rendo conto di avere almeno due motivi per farmi prendere dal panico: uno, non abbiamo prenotato; due, se c’è un tavolo libero e il capo non è contento la colpa è mia. Tende a essere molto esigente, per cui se il cibo non sarà ottimo, sarà come se avessi cucinato io.

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Veniamo accompagnati a un tavolo lungo una delle vetrate ad arco, ma non so se essere sollevata. Non ho il tempo di pensarci perché il cameriere ha capito che siamo italiani e ha riconosciuto il mio capo. Poco dopo Enzo, il proprietario, ci dà il benvenuto: da vero italo-americano, il suo italiano è inframmezzato da frasi e parole americane. Il mio capo, diventato affabile e amichevole, spiega che vorremmo sentirci a casa poiché siamo in viaggio da giorni. Enzo annuisce, chiama dei camerieri e impartisce degli ordini. Poi racconta la storia del locale e di come le origini italiane siano radicate nell’edificio stesso, fatto costruire da un certo Amedeo Giannini, fondatore di quella che un tempo era conosciuta come Bank of Italy, prima di diventare Bank of America. Annuisco, domandandomi quanto di questa storia sia vero, e cercando di ricordarmi di controllare su Google più tardi. Come se avesse letto nei miei pensieri, Enzo mi guarda.
“Si vede anche fuori. C’è il logo della Bank of America. There’s a B and A in the stonework above the door”, dice. Non si dilunga oltre perché ci vengono serviti gli antipasti: burrata con pomodoro e rucola, parmigiana di melanzane, bruschetta con pomodorini, aglio e basilico. Assaggiamo un po’ di tutto, poi ripuliamo i piatti usando il pane fatto in casa – ogni due ore, nel forno a legna – per fare scarpetta. Con un’altra bottiglia di bianco arrivano i primi: fettuccine al pesto fatte a mano, pizza romana con pomodoro e mozzarella, e spaghetti al pomodoro fresco. Finiti anche i primi, guardo il boss a capotavola e capisco che è rimasto soddisfatto dai piatti genuini che avevano il sapore dell’Italia.

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Ci alziamo con la pancia piena e il cuore colmo di gratitudine per Enzo, che ha ancora un suggerimento: un espresso veloce al Vesuvio, il Caffè della Beat Generation, di fronte al ristorante. Siamo stanchi per cui ordiniamo tre caffè al bancone e li beviamo senza prestare al locale l’attenzione che meriterebbe. Quando saliamo sul taxi mi volto a guardare City Lights, pensando alle storie che l’insegna gialla e i libri accatastati nelle vetrine del secondo piano avrebbero da raccontare.

Cover photo © Joshua Newton

9 pensieri riguardo “#InViaggioColCapo: San Francisco, North Beach

  1. Riesci a catturare l’attenzione del lettore tanto da non riuscire più a distinguere se ci si sta intrattenendo con un libro oppure no. Bellissimo racconto!!! E il tuo collega schiacciato tra il boss e la portiera del taxi mi fa tanta simpatia 🙂

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