Sausalito e l’ostrica perfetta

Annie ha lasciato San Francisco due volte in vita sua: la prima dopo l’università, per frequentare un master in Germania, e la seconda per un tirocinio in Piemonte. È lì che ci siamo conosciute, quando dal suo arrivo abbiamo condiviso un ufficio umido e la passione per le ostriche. Lei mi ha parlato per la prima volta dell’oyster po’ boy, facendomi dubitare di poter sopravvivere senza assaggiarne uno. Originario di New Orleans, il po’ boy è un panino guarnito con lattuga, pomodori, maionese e ostriche impanate e fritte. Secondo la leggenda, veniva servito all’inizio del Novecento ai poor boys, ai ragazzi poveri, ossia gli autisti di tram che non percepivano lo stipendio da mesi per via di uno sciopero. Il panino dei poveri ha superato i confini della Louisiana, raggiungendo la California. Al punto tale da convincere Annie che il po’ boy migliore sia servito in un ristorante di Sausalito, poco lontano da casa sua.

Sausalito by Prayitno / Thank you for (9 millions +) views, on Flickr

Appena si presenta l’opportunità, mi offro di accompagnare il capo in California. Prima di partire chiedo ad Annie il nome del ristorante e salvo la mappa nei preferiti. L’occasione si presenta una sera, quando il boss comunica a me e al mio collega l’intenzione di incontrare un amico il giorno successivo. Non siamo sicuri di aver capito, per cui chiediamo conferma, rischiando di fargli cambiare idea. Lui sbuffa e annuisce, poi sale sull’ascensore diretto alla sua suite, mentre io e il mio collega resistiamo alla tentazione di fare la ruota e la spaccata. È ufficiale: abbiamo la giornata libera.

San Francisco Ferry Building & Clocktowe by cbcastro, on Flickr

Il mattino successivo San Francisco ci regala un giorno di sole, con un cielo che così limpido e azzurro non lo avevo mai visto. Camminiamo fino al Ferry Building, dove ci sono i banchi del Ferry Plaza Farmers’ Market, il mercato dei contadini. Vorrei fermarmi, comprare del formaggio o assaggiare un croissant, ma il mio collega mi trascina verso il traghetto. Decidiamo di rimanere sul ponte esterno per non perderci lo spettacolo della città vista dal mare: riconosciamo la Transamerica Pyramid che con la sua punta triangolare svetta tra gli altri edifici e, poco dopo, le campate del Golden Gate.

Sausalito marina by samkinsley, on Flickr

Quando sbarchiamo a Sausalito mezz’ora più tardi la temperatura si è alzata. Il sole alto sopra di noi rende i colori delle case di legno della piccola città ancora più brillanti. Passeggiamo lungo le vie alle spalle del porto, ma perdiamo presto interesse nei negozi di abbigliamento, nelle gioiellerie e nelle gallerie d’arte. Ormai abbiamo in mente solo una cosa: le ostriche. Per fortuna ho salvato la mappa su Google Maps, poiché la sezione “come raggiungerci” del sito internet del ristorante consiste in uno scarabocchio a penna su un tovagliolo di carta. Torniamo al porto e ci incamminiamo lungo la Bridgeway, decisi a non prendere un taxi: la nostra destinazione ci sembra vicina, ma soprattutto vogliamo goderci il paesaggio e sentirci un po’ californiani, almeno per un giorno. Dopo mezz’ora sotto il sole sempre più caldo, arriviamo al locale tanto amato da Annie.

Fish by blese, on Flickr

Svoltato l’angolo, ci troviamo davanti a un edificio di vetro affacciato su un porticciolo. Il posto è semplice, senza pretese, così come il nome scritto a caratteri bianchi sulla tenda blu sopra l’ingresso: Fish. Nonostante il sole cocente ci sediamo sul terrazzo sul mare, dove ci sono una decina di tavoli di legno grezzo. Ci lasciamo scivolare su una panca e studiamo il menu, stampato su quella che sembra la carta di un quotidiano. Ho quasi le allucinazioni per il caldo, la sete e la fame, ma riesco comunque a pensare che questo posto mi piace davvero. Per prima cosa ordiniamo due medie di Anchor Steam, prodotta dall’altra parte della baia. La birra ci viene servita in un vasetto di vetro, di quelli che vengono usati per conservare la marmellata. I piatti arrivano in fretta, nonostante il locale sia quasi al completo. Abbiamo ordinato tutto quello che include la parola ostrica: chilled and shucked oysters, servite sul ghiaccio con Tabasco e limone, BBQ oysters, grigliate e condite con salsa barbecue, cornmeal crusted fish and chips oysters, impanate con farina di mais e fritte. Finiamo in fretta la birra, ma rimediamo ordinando una Hen House Oyster, una stout prodotta a Petaluma, a 50 miglia a nord di San Francisco. Per finire, arriva il tanto sognato po’ boy: i miei denti affondano nel pane caldo superando la barriera della lattuga e quella dei pomodori, per arrivare finalmente al cuore di ostriche impanate e fritte. Chiudo gli occhi e mi lascio rapire dal gusto del mare e dal profumo di olio fritto misto a quello del limone. È talmente buono che a stento riesco a trattenere le lacrime, anzi, forse me ne scende una. Ma è colpa del sole e della stanchezza.

Oyster Po-boy by rexhammock, on Flickr

Quando ci alziamo è pomeriggio inoltrato: abbiamo consumato quantità di cibo da sfamare l’intero ristorante, e abbiamo visto alternarsi al nostro tavolo almeno cinque gruppi di persone. Vorrei restare ancora, ma l’ultimo traghetto parte tra poco. Tornare a piedi è fuori discussione per via delle troppe birre e del tempo limitato, ma con un taxi siamo al porto in cinque minuti. Corriamo con gambe malferme lungo la passerella di ferro, imbarcandoci appena in tempo. Seduta sul ponte, mi lascio cullare dalle onde della baia: mi guardo intorno con un occhio solo, scorgendo l’isola di Alcatraz sulla sinistra.
“Ci andiamo?” chiedo al mio collega. Lui non risponde: si è addormentato qualche sedia più in là.
“Magari un’altra volta”, dico a nessuno in particolare prima di chiudere gli occhi.

Cover photo © Kimberly Jansen

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