#InViaggioColCapo: dalle stelle alle stalle di San Francisco

“Quanto può essere complicato trovare un adattatore a San Francisco?” E con questa domanda si volta verso il suo pubblico per assaporarne la reazione, che non tarda ad arrivare. Ridono di cuore, gli italo-americani che si sono radunati intorno al boss nella lounge di questo bellissimo albergo sulla Market Street di San Francisco. Io abbozzo un sorriso, ma in realtà vorrei essere inghiottita dal pavimento di marmo perché l’oggetto del pubblico ludibrio sono io.

Come capita spesso quando sono in viaggio con il capo, del resto. Anche questa volta, tanto per cambiare, ha dimenticato l’adattatore per la presa di corrente americana e non riesce a ricaricare il cellulare. A quanto pare, caricabatterie e apparecchiature elettriche sono tra gli oggetti dimenticati più di frequente nelle camere degli alberghi. Non in quello in cui alloggia il boss durante il convegno a cui è stato invitato a partecipare da un suo amico di vecchia data, un pugliese emigrato in California trent’anni prima. Nell’epoca che precede gli iPhone e l’avvento dei caricatori con USB, trovare un adattatore da presa europea ad americana è un’impresa, ve lo assicuro. E, non volendo prestargli il mio perché ne ho bisogno anche io, decido di abbandonare per un attimo il capo in compagnia dei suoi nuovi amici di origini italiane per andare alla ricerca dell’oggetto in questione. Devo perlustrare gli scaffali di ben quattro negozi tra Duane Reade, Walgreens e CVS prima di trovarne uno e, quando torno in albergo dal boss sventolando il mio bottino con fare vittorioso, non mi aspetto tamburini e trombettieri, ma un grazie, quello sì. Invece loro ridono di me e non con me.

La giornata procede noiosa, e il capo non fa caso a me. Siedo in un angolo della sala conferenze prendendo qualche appunto, senza dovermi preoccupare della traduzione degli interventi dei partecipanti al convegno perché questa volta gli organizzatori hanno coperto le spese di una traduttrice di un’agenzia. Fortunatamente, devo solo svolgere i compiti base: distribuire biglietti da visita, prendere e custodire quelli che vengono dati al boss, sorridere, ringraziare e assicurarmi che lui non dimentichi in giro la giacca, il telefono, il portafogli, i suoi quotidiani, e for god’s sake, non il suo nuovo adattatore universale costato quanto una pizza margherita a North Beach.

E, a proposito di pizza, il pranzo è un affare triste a buffet organizzato in una sala dell’albergo. Mezz’ora per sgomitare con gli altri avventori, riempirsi il piatto con cibi dai colori improbabili e mangiare in piedi, bilanciando borsa, giacca, bicchiere, piatto e posate. Il boss si lamenta, ovviamente, e mi aspetto da un momento all’altro la lavata di capo per non aver controllato prima della partenza il menu del pranzo con gli organizzatori dell’evento. Ma per fortuna questa volta mi risparmia il cazziatone, grazie al cielo.

Forse perché nel frattempo il boss viene avvicinato dal patron del convegno, un americano sul quale vuole fare a tutti i costi una buona impressione. Sto cercando da qualche minuto di masticare, con scarsi risultati, un pezzo di roast beef particolarmente coriaceo, quando il nostro ospite si rivolge al boss. Oddio, se apro la bocca per parlare rischio di sputacchiare pezzi di carne sulla sua camicia immacolata! Per fortuna mi viene in soccorso Carmen, la traduttrice ufficiale del boss in questa occasione. I due uomini chiacchierano amabilmente, mentre io provo a inghiottire definitivamente il boccone che sto ruminando, sperando di non aver bisogno di una manovra di Heimlich. Per fortuna non succede, e l’incontro tra il boss e l’americano si conclude con un invito a cena. Allo Zuni Café, locale che da tempo è nella mia lista dei posti in cui mangiare a San Francisco. Già pregusto il loro pain au levain con una spalmata abbondante di burro salato, e il pollo cotto al forno con una porzione di insalata. Certo, la compagnia del boss renderà l’esperienza meno memorabile, ma bisogna pur sapersi accontentare.

Alla fine dei lavori, il boss congeda sia me che Carmen, dandoci appuntamento al ristorante alle otto di sera. Non ci sembra vero: noi sottoposte abbiamo tempo a sufficienza per tornare al nostro albergo a due stelle, fare una doccia nel bagno rivestito di piastrelle ammuffite e avvolgerci in un asciugamano che puzza di patatine fritte. Un sogno, dopo una giornata iniziata in maniera così disastrosa! Ci diamo appuntamento davanti all’hotel e, da qui, ci incamminiamo verso lo Zuni Café. Arriviamo con qualche minuto di anticipo e vediamo, attraverso le ampie vetrate, che il boss e l’americano sono già seduti insieme all’amico pugliese emigrato in California. Forse ho frainteso l’orario? All’interno attiro l’attenzione del maître, dicendo che siamo with the three gentlemen over there. Il tizio alza un sopracciglio, consulta velocemente il diario delle prenotazioni e mi spiega che i three gentlemen hanno, per l’appunto, una prenotazione per un tavolo da tre. Stanno già brindando, e la bottiglia sul tavolo da questa distanza sembra mezza vuota.

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Photo by Matthieu Joannon on Unsplash

Mi incammino con passo deciso verso di loro, seguita da Carmen, e chiedo al boss se ci sia posto anche per noi. “Per voi? Ma non siete invitate!” risponde con stizza, senza nemmeno provare a chiedere di far aggiungere due coperti e due sedie. L’americano ci guarda senza capire, mentre il pugliese/californiano forse prova pena, ma non fa nulla. Abbandoniamo mestamente il ristorante e i nostri sogni gastronomici, camminando senza una meta precisa. Arriviamo fino a North Beach, dove siamo troppo stanche per cercare un posto dove mangiare. Ci limitiamo a trascinare un piede dietro l’altro, utilizzando le ultime forze per schivare i buttadentro dei ristoranti italiani. Alla fine, senza quasi più parlare, individuiamo un chiosco ambulante che griglia hamburger su una piastra che probabilmente non vede una spugna dai tempi della costruzione del Golden Gate Park nel 1887. Non ci pensiamo troppo e ci limitiamo ad addentare i nostri panini, senza badare all’aspetto dell’insalata né al colore del formaggio. Un hamburger senza infamia e senza lode: c’è di peggio, ma c’è anche molto, molto meglio per chi ha avuto la possibilità di ordinare la cena scegliendo dal menu dello Zuni Café. Ma la vista davanti a noi, su Columbus Avenue e sulla Transamerica Pyramid illuminata non ha prezzo.

Illustrazione di Stefano Tenti – In World’ Shoes: tutti i diritti riservati all’autore

30 pensieri riguardo “#InViaggioColCapo: dalle stelle alle stalle di San Francisco

  1. Chissà perchè gli asciugamani degli hotel a due|tre stelle sanno tutti di patatine fritte…e tra l’altro sono anche croccanti. Tanto che per asciugarti devi prima inumidirli in qualche modo per farli tornare alla forma originale. Come sempre articolo arguto e ricco anche di spunti di riflessione.

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  2. Alterno momenti in cui lo trovo detestabile livello basic a momenti in cui lo prenderei proprio a schiaffi 😀 Ma sono quelli i modi di cacciare due persone da un locale? E trovo ancora più deprecabile il fatto che neanche gli altri presenti si siano mobilitati per farvi accomodare (neanche ad un altro tavolo, poi). Guarda, il passaggio in cui hai raccontato questa cosa mi ha veramente fatta incacchiare. L’adattatore… non farmi dire dove glielo avrei “adattato” 😛 Menomale che vi siete rifatte con la vista :**

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  3. Fior fiori di viaggi e superorganizzazione e poi dimentica la cosa più importante? Oltre che str**** anche orrendamente stupido. Aggiungerei maleducato per come vi ha fatto intendere di essere invitate allo Zuni Cafè per poi trattarci in quel modo ma ormai non mi scandalizzo più con questo tipo!

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      1. San Francisco è stata la tappa finale che ha coronato il mio viaggio negli States dell’Ovest!!! Una città super vibrante, californiana eppure dall’animo così europeo…
        Mi dispiace per questa tua disavventura, meno male che c’è un lieto fine… Dimentica lui e prenditi solo il buono 🙂
        Un salutone

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