L’albergo in cima al mondo: dove dormire a Sørvær

C’era una volta un’isola remota, all’estremo nord di una paese chiamato Norvegia, abitata da renne, alci, elfi e pescatori. Sembra l’inizio di una fiaba, e per certi versi la mia permanenza a Sørvær, un villaggio di appena duecento abitanti sull’isola di Sørøya, è stata un’esperienza fiabesca. E, come in ogni favola che si rispetti, risale a tanto tempo fa…

Arrivo all’aeroporto di Hasvik che, insieme al porto, è uno dei due punti di accesso all’isola situata a nord di Tromsø, nella regione norvegese del Finnmark. Siamo oltre il circolo polare artico: cosa che, insieme all’isolamento estremo e ai villaggi innevati, contribuisce a rendere tutto più irreale. I rumori sono attutiti dalla neve, che negli ultimi giorni di questo freddo febbraio è arrivata fino all’altezza delle finestre.

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Ma gli abitanti dell’isola di Sørøya non si lasciano spaventare: guidano lungo strade che sembrano piste scavate in mezzo al ghiaccio, incuranti dello spesso strato di neve. È quasi impossibile capire dove finisce la strada e dove inizia il fosso, ma non mi preoccupo più di tanto. Come sempre, mi preoccupo di dove passerò la notte: questo posto sperduto tra il Mare Glaciale Artico e quello di Barents avrà una struttura adatta a ospitare dei visitatori? Non oso chiederlo alla mia accompagnatrice che, mentre guida, mi racconta qualcosa dei villaggi di Sørøya. Qui sull’isola vivono un migliaio di persone, tutte dedite alla produzione di stoccafisso, la principale fonte di guadagno degli abitanti del posto. Gli uomini sono responsabili della pesca, mentre le donne si occupano di tutto il processo di pulizia, lavorazione ed essiccatura del merluzzo che viene poi venduto sulla terraferma.

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© Flickr

Si tratta di una vita dura, con pochissime ore di luce in inverno e temperature che in questo periodo scendono di parecchi gradi sotto lo zero. Ma le condizioni estreme non hanno trasformato gli isolani in persone ostili. Tutt’altro: quando arriviamo davanti all’ingresso dell’unica gjestehus del villaggio me ne rendo subito conto.

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La Sørværstua è una costruzione di legno dipinta di rosso falun, la tonalità diffusa in tutta la Scandinavia. Forse serve per fare in modo che in mezzo alla neve e al ghiaccio sia più semplice vedere le case in lontananza? Sicuramente la pensione in cui trascorrerò la notte non passa inosservata: è situata all’estremità del promontorio dove si trova il relitto della nave russa Murmansk, arenata poche miglia dalla costa.

Ad accogliermi alcune donne del villaggio, che si sono premurate di accendere il camino nel salone principale, arredato in maniera molto semplice ma molto hygge: poltrone di pelle, un tappeto di mantello di renna, un lungo tavolo di legno chiaro. Ma ad attirare l’attenzione è la vetrata, che occupa un lato intero della stanza, con una vista sul mare grigio e sul cielo del colore del ghiaccio.

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Hanno preparato del caffè caldo e dei panini e, prima di mostrarmi la stanza, mi invitano a mangiare qualcosa insieme a loro. Come in tutte le case norvegesi, qui si cammina senza scarpe, ma non si sente freddo. I pavimenti di legno sono caldi, così come la mia camera, piccola ma accogliente. Le pareti sono di legno di pino, e nell’aria si respira quel profumo che associo con la montagna.

Non ho tempo per godermi il tepore della camera perché le mie ospiti mi aspettano con una tuta termica che indosserò per il tutto il tempo che passeremo all’aperto, camminando tra uno degli stabilimenti per la lavorazione del pesce fino alle hjeller, le rastrelliere di legno a cui vengono appesi i merluzzi per l’essiccazione, proprio in riva al mare.

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La gjestehus ha una piccola cucina da utilizzare per cucinare i pasti. C’è anche un ristorante, aperto solo nei mesi estivi. I miei ospiti però non mi fanno mancare nulla: organizzano una cena in uno degli edifici del villaggio, una sorta di sala comune dove gli isolani si trovano per guardare un film, per giocare a carte, o semplicemente per chiacchierare. Mangio con i pescatori e con le loro mogli, che hanno cucinato un po’ di tutto: dalla carne di balena alle polpette di merluzzo. Finita la cena mi riaccompagnano alla Sørværstua, dove mi aspetta una doccia bollente. E una tazza di cioccolata calda da scaldare nel microonde. Non ho dubbi: qui a Sørøya ho vissuto una favola per un giorno, e gli abitanti di quest’isola nel Mare Glaciale Artico mi hanno trattata come una principessa.

40 pensieri riguardo “L’albergo in cima al mondo: dove dormire a Sørvær

  1. Veramente una favola. Mi piacerebbe cucinare in una gjestehus ma sicuramente no la carne di balena. Ma in Norvegia non era stata proibita? Purtroppo in Norvegia ho solo visitato Oslo perché avevo appena un fine settimana prolungato ma voglio tornare presto e sicuramente inserirò in lista Sørøya. Grazie 😉

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  2. Ma io non ci andrei in viaggio in un posto così ma piuttosto per ritirarmi dopo la pensione. Che poi non so se sia più irraggiungibile questo paesino o la pensione stessa! 😉 Nei miei sogni sono proprio dietro la vetrata di una di queste casette con laptop sulla scrivania e tazza di cioccolata d’ordinanza. Sai nella mia città mi sento una persona fuori luogo ma in questo posto e fra questa gente mi sentirei proprio una di loro! Silvia ti prego, riaprilo più spesso il tuo diario norvegese! 😉
    A presto, un bacione! :**

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    1. E io potrei trasferirmi nella casetta vicino alla tua – sai le passeggiate delle due “straniere con i capelli scuri” in mezzo alla neve e agli stoccafissi? Un sogno praticamente. Chissà che nel dna non ci sia anche una parte di codice genetico nordico…
      Comunque gli isolani sono super accoglienti, ma lo sono stati tutti i norvegesi in generale. L’idea del diario norvegese mi ispira molto 😍

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  3. Che spettacolo, sembra davvero un posto dove il tempo si è fermato a qualche decennio fa. Con la neve poi l’atmosfera da favola è garantita. Anche qui da noi si cammina senza scarpe dentro casa e ora mi sento in colpa ogni volta che torno in Italia e non ho le ciabattine con me ahah

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  4. Bhe,se sei amante dell’inverno non so quanto fidarmi del fatto che il freddo sia sopportabile con le tute termiche:- P, io sono super freddolosa e immagino che tornare dopo cena nella stanza dove tu hai dormito sarebbe la cosa che amerei di più di tutto il soggiorno!! :-DD

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    1. Si tratta di una delle esperienze di viaggio che ricordo con più piacere, anche a distanza di anni: il posto spettacolare, le persone gentilissime. La vita là deve essere tutta un’altra cosa, infatti probabilmente l’entusiasmo con cui mi hanno accolta era anche dovuto al fatto che in un posto del genere forse non succede mai “nulla di nuovo”.

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  5. Che luogo romantico e remoto! Noi adoriamo luoghi del genere… La tua deve essere stata un’esperienza indimenticabile. Una delle cose particolarmente belle di questi luoghi remoti e “di frontiera” è il calore che le persone offrono. Appena arrivati ci si sente già parte di una comunità: a noi è successo alle Svalbard e, a giudicare dal tuo bel racconto, è successo anche a te qui a Sørvær.

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  6. Permettimi di dire Silvia, che il calore delle persone che vivono sul Mar Glaciale Artico, riesce ad attraversare km e km, fino a colpire anche noi. Un quadro incantato quello da te descritto. Credimi, ad un certo punto mi sono accoccolata tra le coperte, gustando le tue parole e la magia da esse sprigionata.
    Mi è parso davvero di leggere una favola, con la consapevolezza, però, che questa struttura esiste davvero, immersa realmente in uno scenario da romanzo. La cena con le persone del villaggio, ricorda tantissimo i film che adoro vedere, un vero tocco local. Talmente idilliaco, da sembrare appunto solo un’immagine cinematografica… invece qui è realtà. E poi i pavimenti in legno, le grandi vetrate, il camino acceso e la cioccolata in tazza! Credo che tu abbia davvero viaggiato nel sogno.
    Un abbraccio,
    Claudia B.

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    1. E sai una cosa? Come tutte le favole anche questa ha un risvolto magico: qualche giorno fa, dopo aver pubblicato il post, ho condiviso la foto di copertina su Instagram. Tra i commenti ce n’è uno di una ragazza che mi chiede: sei a Sørvær in questo momento? Le rispondo e scopro che è la sorella della ragazza che ci aveva aiutati a organizzare il viaggio e con la quale avevo perso i contatti quando avevo cambiato lavoro. Proprio loro due erano tra le persone che avevano cucinato per noi quella sera. L’ho trovata una cosa bellissima: incontrarsi di nuovo virtualmente è stato magico. Questa cosa mi ha convinta ancora di più che quell’isola sia magica ❤️

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