Cosa vedere a Sofia: una passeggiata nel passato socialista

Sofia è la città dalle cattedrali con le cupole dorate, dove viali e palazzi hanno linee rigorose risalenti all’epoca socialista. Ma è anche la città dai marciapiedi dissestati e dai tombini scoperchiati, dove non puoi permetterti di camminare senza guardare dove metti i piedi. È imprevedibile, sfuggente, difficile da inquadrare. A prima vista non è semplice dire se sia bella o meno. La mia opinione – superficiale, sicuramente, dopo appena due giorni – è che Sofia bella non lo sia. Ma ha un fascino che ti colpisce dritto al cuore.

È il fascino di una città il cui passato ha lasciato il segno nei palazzi grigi con le facciate scrostate. Nelle auto parcheggiate per strada, con le porte tenute insieme dal nastro adesivo, talmente vecchie da sembrare vintage.

Old Car Sofia.jpg

È una capitale dove fino a qualche anno c’era una statua di Lenin alta 15 metri sulla piazza principale. Dopo la caduta del regime socialista, la maggior parte delle opere prodotte durante quegli anni venne distrutta. Quelle che non furono demolite vennero rimosse e, dal 2011, raccolte nel Museo di Arte Socialista. Non è un posto facile da capire né da trovare, tanto per cominciare. Decidiamo di prendere un taxi per arrivarci, dopo la colazione a base di mekitsa e banitsa in una panetteria al civico 27 della Ulista Tsar Shishman.

Colazione Sofia

Arrivare al Museo di Arte Socialista con i mezzi pubblici ci sembra troppo complicato e fa troppo caldo per prendere la metro e camminare chissà quanto. Probabilmente non è la soluzione migliore perché l’autista sembra non sapere dove vogliamo andare. Forse non vuole portarci là, in un posto dove sono raccolte statue di un periodo che i bulgari preferiscono dimenticare, o forse non conosce veramente il posto.

Non c’è niente là, continua a ripeterci in un miscuglio di inglese, bulgaro e tedesco. Noi insistiamo, lui si accende una sigaretta dopo l’altra fino a quando arriviamo in una strada senza uscita, con un campo incolto da una parte e un brutto palazzo dall’altra. Non ci sono insegne e il taxi è ormai lontano. C’è solo una sbarra con una guardiola malconcia e, all’interno, un uomo con una divisa stazzonata. Mi avvicino e gli mostro sul cellulare il nome del museo in bulgaro, lui si alza lentamente dalla sedia e mi indica il palazzo alle sue spalle, dove una scritta in cirillico indica la sede di qualche ministero.

Museum Socialist Art Sofia.jpg

Si passa attraverso quello che sembra un passaggio di servizio, e si arriva in uno spiazzo seminascosto, dove l’erba bruciata dal sole è cresciuta a ciuffi tra una statua e l’altra. L’unica cosa che ci fa intuire di essere nel posto giusto è la stella rossa che un tempo svettava sulla sede del Partito Comunista. E una donna, che dall’altro lato del cortile ci indica di seguirla in una biglietteria grande come un ripostiglio.

Museum Socialist Art Red Star.jpg

Dopo aver pagato il biglietto di ingresso torniamo nel giardino per vedere più da vicino le statue celebrative del periodo socialista. Sono buttate lì, senza un ordine preciso e senza un percorso da seguire, come se fossero state ammucchiate in maniera provvisoria, pronte per un garage sale. Così il volto di Lenin scolpito nella pietra, insieme a busti di Stalin, di Dimitrov e a composizioni di contadine e operai dalle spalle larghe se ne stanno lì a guardarti, incapaci di parlare.

Lenin Statue Sofia.jpg

Non so se l’intento sia quello di trasmettere un messaggio che non ha bisogno di parole o se questi busti vadano presi semplicemente per quello che sono: una raccolta di memorabilia di un’epoca. Anche all’interno del museo, dove sono esposte opere propagandiste che miravano alla creazione della figura dell’eroe, mancano le informazioni necessarie a capire veramente qualcosa, o forse mancano a me gli elementi per farlo.

A questo punto abbiamo bisogno di una pausa dal totalitarismo, così chiediamo al nuovo taxista di portarci alla cattedrale di Aleksandr Nevskij. Sofia è una città a cui piace dormire fino a tardi la domenica mattina perché non si vedono ancora le tanto temute orde di turisti che si lanciano dagli autobus e si mettono subito in posizione, pronti a mitragliare con le loro macchine fotografiche con la velocità e la precisione di tanti cecchini. Siamo solo noi e una manciata di persone a goderci la vista delle cupole d’oro e del cielo azzurrissimo. Riusciamo anche a entrare nella cattedrale, approfittando per un po’ del fresco e dell’ombra.

Sofia Aleksandr Nevskji Cathedral

Quando usciamo siamo di nuovo catapultati nel caldo secco e feroce tra le bancarelle del mercato delle pulci che si svolge sulla piazza della cattedrale. Una ventina di tavoli da picnic con la merce esposta: riproduzioni di icone sacre, dipinti, divise dell’armata rossa, cartelli in cirillico, gioielli e tovaglie di pizzo. È impossibile avvicinarsi ai banchi senza che il venditore provi a convincerti a comprare qualcosa. Io riesco a dire no solo fino a un certo punto, così compro un disegno a china che riproduce la cattedrale e il volto di un monaco. È scuro, opprimente, e non so se avrò mai il coraggio di appenderlo in casa. Forse avrei dovuto scegliere un’insegna in cirillico.

Aleksandr Nevskij Flea Market Sofia.jpg

Dal mercato delle pulci attraversiamo il parco Zaimov, dove i bambini giocano sull’erba riarsa, incuranti della combinazione di aria secca e di terra che si solleva dai viali e che rende l’aria ancora più soffocante. Appena mi siedo da Raketa Rakia ordino un tè ghiacciato alla menta. È speziato e freschissimo, e mi permette di riuscire a placare l’arsura. E di rendermi conto che questo locale è pieno di cimeli dell’epoca socialista: busti, stelle e poster propagandistici.

Anche qui ho l’impressione che tutto sia messo insieme in maniera approssimativa, come al museo, ma in questo locale c’è un velo, oltre che di polvere, di autoironia. Come se il cameriere carino con la barba e gli occhiali spessi ci facesse l’occhiolino mentre ci porta i piatti di formaggio e yogurt, kebab di agnello e cuori di pollo.

Raketa Rakia Sofia.jpg

Quando usciamo il cielo è coperto: non fa meno caldo, ma almeno non rischio di ritrovarmi un’ustione sul cuoio capelluto prima che sia sera. Dopo una ventina di minuti arriviamo ai giardini Knyazheska, dove si trova il Monumento all’Armata Rossa, costruito nel 1954 per commemorare la liberazione dai tedeschi avvenuta per mano dei russi. Una spianata di pietra grigia in mezzo al parco culmina in un piedistallo che sorregge la statua di un soldato dell’Armata Rossa, affiancato da una donna e da un uomo, entrami bulgari. Ha la bellezza che ci si aspetta da un monumento commemorativo sovietico: è lineare e lugubre.

Monumento Armata Rossa Sofia.jpg

Il monumento ha avuto i suoi cinque minuti di celebrità nel 2011, quando un artista anonimo ha colorato i soldati sovietici del bassorilievo trasformandoli nei più noti supereroi americani: Superman, Capitan America, Wolverine e via dicendo. Poche ore dopo, l’affronto venne cancellato. Ora rimane solo qualche traccia di vernice rossa e blu, e un cubo di metallo apparentemente abbandonato con un disegno in bianco e nero di un uomo che sta per essere strozzato da un serpente.

Monumento Armata Rossa Sofia.jpg

Un temporale estivo non ci permette di tornare in albergo senza bagnarci dalla testa ai piedi, ma almeno abbiamo una buona scusa per approfittare della piscina riscaldata del Sense Hotel prima di uscire per cena. Abbiamo prenotato da Lavanda, un ristorante nascosto in un palazzo che sembra cadere a pezzi. Per arrivare bisogna passare attraverso il cortile di un bar e salire fino al primo piano. Le scale strette e buie mi fanno pensare di essere in casa di qualcuno, ma non ci siamo sbagliati.

Il locale è disposto su tre spazi diversi: un terrazzo, una stanza più piccola e una sala con un tavolo comune, dove veniamo fatti accomodare. Gli interni di Lavanda sono accoglienti e caratterizzati da un disordine che non sembra creato ad arte: sul nostro tavolo ci sono un paio di bottiglie vuote e sullo scaffale dietro di noi sono stati appoggiati degli elettrodomestici, come se qualcuno dovesse prenderli per usarli da un momento all’altro. Niente tovaglie, ma solo tovaglioli di lino grezzo, gli stessi che rivestono il cestino del pane.

Lavanda Restaurant Sofia.jpg

L’antipasto è semplice e abbondante: due porzioni di Elènski but, un prosciutto prodotto nella regione bulgara di Elèna, in un piccolo paese dei Balcani. Per i piatti principali ci facciamo consigliare – raramente è una brutta idea: una salsa dalla consistenza simile all’hummus, ma a base di cetrioli, che qui mettono ovunque, e pollo con verdure. Non sono piatti elaborati, ma i sapori sono decisi, forse per via delle spezie come il cumino e la chubritsa.

Lavanda Restaurant Sofia.jpg

La cucina spesso è lo specchio dell’anima di posto e, come i suoi piatti, Sofia si presenta per quello che è. A molti potrebbe non piacere per le strade e i palazzi fatiscenti o per l’assenza di cose belle in senso classico. Ma è una semplicità apparente che sotto la superficie nasconde un’anima decisa, forte, piena di carattere.

29 pensieri riguardo “Cosa vedere a Sofia: una passeggiata nel passato socialista

  1. Super interessante, conoscere qualcosa in più su Sofia mi era proprio necessario.
    Quasi quasi mi è venuta voglia di andare a scoprirla di persona nonostante fino a qualche settimana fa fossi molto dubbiosa riguardo a questa città!
    Grazie Silvia! 😀

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  2. Mhhhh 😛 mekitsa e banitsa suona divinamente…meno divinamente invece suona il miscuglio di inglese, bulgaro e tedesco del tassista!! 😀
    Non avendo assolutamente posto nello zaino per un souvenir come le divise dell’armata rossa io sarei stata capace di indossarle da sopra i vestiti, hahah chissà la scena ai controlli in aeroporto!! Che bel cielo azzurro che hai fotografato sopra la cattedrale *_*
    Comunque tutto questo “disordine e approssimazione” mi piacciono, non so se avresti apprezzato di più con rigore, ordine e “a regola d’arte” finalizzato al turismo! Certo i busti e l’arte filosovietica bistrattata così fa specie ma forse è la volontà di dimenticare? Mah, io dico che Sofia è assolutamente più affascinante così! 😉
    A presto Silvia :*

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    1. I dolci bulgari sono super buoni, al punto che ho quasi (QUASI) pensato di provare a farli a casa, ma prima di questi devo sempre cimentarmi con i dolci svedesi alla cannella 😅
      Forse è proprio come dici tu: vorranno dimenticare quello che è successo e magari ci vorrà del tempo prima che riescano a fare come a Berlino e a trasformare i resti del muro in una lezione sulle cose che non dovrebbero più capitare.
      Ah ah non ci avevo pensato a mettere la divisa sopra i vestiti 😂😂😂

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  3. Che strano deve essere stato trovarsi in mezzo a quel caos apparente di statue, volti e busti senza spiegazioni o percorsi. Forse è davvero bisogno di dimenticare o magari Sofia non ha ancora sviluppato consapevolezza e identità turistiche. Tempo al tempo…Io spero di riuscire a vederla prima 😉
    Ciao Silvia!

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    1. E’ stato molto strano, quasi surreale. Il taxista non sapeva dove fosse il posto, la guardia sembrava stupita e la signora alla biglietteria non voleva saperne di chiamarci un taxi per tornare in centro. Quasi uno scenario da film dell’orrore! Comunque forse in parte è volontà di dimenticare, in parte è la mancanza di consapevolezza turistica, ma tutto sommato ho apprezzato di più così!
      Buona domenica ❤️

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  4. Questo post conferma quanto ti ho detto in quello precedente: Sofia è completamente diversa da come la immaginavo! Non so per quale motivo ma, nella mia mente, la città doveva essere tutta cupole e luccichii, insomma un’estensione della cattedrale. Invece grazie ai tuoi reportage, sto scoprendo una città all’opposto.
    Ma tu hai ragione quando dici che queste imprecisioni, la non perfezione, la mancanza di cura, danno un carattere unico a Sofia. Il cibo la rappresenta, gli stessi abitanti la rappresentano in pieno, gli scorci da te descritti ne sono un simbolo.
    Sofia ha carattere, ma non il carattere che ci si aspetterebbe da lei! Il che non significa che sia brutta anzi, nelle sue imperfezioni ha caratteristiche davvero spiccate. E questo mi piace in una terra, perché bisogna uscire dallo standard europeo per cui bello è sinonimo di linearità e perfezione.
    Un abbraccio,
    Claudia B.

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    1. Sono d’accordissimo, Claudia: forse siamo troppo abituati a credere che solo ciò che è lineare e perfetto è bello. Oppure ciò che è iper tecnologico e moderno. Invece la bellezza si trova anche nelle imperfezioni: in un mercato polveroso, in un panino che non rispetta proprio tutti gli standard di igiene e pulizia. So che mi capisci perché ho percepito qualcosa di molto simili nei tuoi racconti sulla Thailandia.
      Grazie Claudia, buona domenica 😍

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  5. Mi hai spiazzata con questo post.
    Mi stavo già iniziando a fare un’idea di Sofia dai post precedente, ma forse non l’avevo capita fino in fondo. Sembra una città che non si vuole svelare fino in fondo, a cui bisogna avvicinarsi con delicatezza, avendone già ben chiara la storia, per evitare delusioni e apprezzare la sua anima. Ci andrei? Assolutamente si!!

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  6. Non so cosa immaginassi pensando a Sofia, ma dal tuo post emerge il ritratto di una città austera, che sotto l’apparenza rigida nasconde una lunga storia. La cosa strana è che le foto dei piatti riescono sempre a trasmettere calore, come se il cibo, in fondo, unisse tutti e rendesse più morbido l’approccio ai luoghi difficili. Che bel nome, “Lavanda” 🙂

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    1. Sai che per certi versi mi ha ricordato vagamente Berlino? Non tanto per i “panorami urbani”, ma per quello che si nasconde sotto l’apparenza.
      Lavanda mi è piaciuto tantissimo! Pensa che hanno un vecchio frigorifero con una frase di Julia Child: “People who love to eat are always the best people” – volevo portarmelo a casa!

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  7. Mi è piaciuto molto leggere questo post, sta aumentando il mio interesse verso Sofia. Mi ricorda cose che mi hanno affascinato di Varsavia (il museo, i monumenti socialisti) e di Bucarest (il ristorante all’interno di un palazzo, la sensazione di entrare in casa di qualcuno). Secondo te vanno bene solo due giorni o è troppo poco?

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    1. Non ho mai visto Varsavia o Bucarest ma in effetti Sofia mi ha fatto ricordare le cose che hai scritto in quei post.
      Io sono arrivata al mattino verso le dieci quindi ho avuto tutto il primo giorno, poi il secondo anche per intero, mentre il terzo sono partita presto con l’aereo. Quindi ti direi che due giorni vanno benissimo, anche perché il centro non è molto grande. Se avessi avuto una mezza giornata in più non mi sarebbe dispiaciuto vedere il Monastero di Rila, a un paio di ore di pullman, che dalle fotografie mi sembra un posto bellissimo.
      Buon weekend 😘

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  8. Silvia, a me stai facendo venire voglia di partire. L’approssimazione di cui parli mi fa immaginare una città autentica, ancora alle prese con i fantasmi del passato ma che sta lentamente e faticosamente cercando di proiettarsi nel futuro. Per l’accoglienza turistica ancora c’è tanto da fare vedo, ma vorrei visitarla proprio prima che prendano le misure!

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  9. Sinceramente?
    Non avevamo ancora mai pensato a Sofia come meta, ma il tuo articolo mi ha trasmesso curiosità…Personalmente trovo che nell’est Europa sia ancora intatta, forse non del tutto ma in buona parte, un’identità storica che qui abbiamo perso per colpa della globalizzazione.
    Quasi vent’anni fa ho visitato Budapest e la città mi colpì positivamente per la durezza e l’autenticità dei suoi angoli nascosti.
    Forse è tempo di tornare ad est, prima che sia troppo tardi.
    Ciao Silvia! 😉
    Ale

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    1. Nemmeno io ci avevo mai pensato fino a quando ho ricevuto la mail di expedia con la super offerta voo + hotel! Non mi sarebbe mai venuto in mente di partire proprio per Sofia.
      Purtroppo non sono mai stata a Budapest ma quello che dici della sua durezza potrebbe essere molto simile a certi aspetti di Sofia.
      Grazie della visita 🙂

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  10. sai, io andrei in visibilio per un sito del genere… sono attratta dai “reperti” del Socialismo e soprattutto dallo scoprire che cosa è avvenuto loro dopo il crollo del blocco. In effetti andrei a Sofia più per questi aspetti che per cupole e mosaici…prima che la rimozione sia così violenta da lasciare solo un tappeto che copre la polvere…

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    1. Anche tu? Se solo fossi stata in grado di parlare bulgaro – o russo – quando sono andata a Mosca – avrei fatto milioni di domande alle persone del posto. Infatti mi piacerebbe vedere anche altri paesi che facevano parte del blocco sovietico.
      Grazie di essere passata ❤️

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