Londra: dal Greenwich Mean Time alla Greenwich Meantime

Nel cielo non ci sono troppe nuvole, non ha ancora piovuto e la temperatura è mite: abbiamo addirittura tolto giacche, felpe e sciarpe e siamo rimasti in maniche corte. Cosa insolita a Londra, anche in una giornata di inizio agosto. Forse è colpa della salita che abbiamo dovuto affrontare per arrivare fino qui, ma almeno la nostra fatica è stata premiata: the unpredictable English weather oggi ha deciso di essere clemente, regalandoci una vista spettacolare.

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Per me è la seconda volta a Greenwich, ma i miei compagni di viaggio non avevano mai visto lo skyline di Londra da questa prospettiva. Siamo partiti con la Docklands Light Railway dalla stazione di Bank e in poco più di quaranta minuti siamo arrivati a Greenwich, a cinque miglia a sud dal centro. Dalla stazione abbiamo proseguito a piedi lungo il King William Walk, fino ai cancelli del Greenwich Park. La sensazione è quella di essere in un piccolo paese della campagna inglese, e non in un sobborgo della capitale: poche persone a passeggio lungo gli stretti marciapiedi, negozi senza pretese che vendono un po’ di tutto, panetterie, macellerie e caffetterie. Ci addentriamo nel parco, procedendo a passo spedito lungo il viale: una passeggiata di venti minuti all’ombra di alberi secolari, dove ci si può riposare su una delle panchine, respirando il profumo dell’erba tagliata e della pioggia che ieri sera è caduta per un paio d’ore, lasciando sulla terra e sulle foglie l’odore – così tipicamente British – di muffa e di bagnato.

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In cima alla collina si staglia la sagoma del Royal Observatory, con la sua cupola di mattoni rossi che ospita il London’s Planetarium. Oltre il cancello, la famosa Meridian Line, ossia il meridiano zero, che divide l’emisfero est da quello ovest. La linea è conosciuta anche con il nome di Greenwich Mean Time o GMT, sigla che identifica il fuso orario di riferimento della Terra. Un gruppo di giapponesi è in coda per scattare la fotografia con un piede a est e uno a ovest, sorridendo e facendo il segno della vittoria verso l’obbiettivo. Ci limitiamo a guardare la scena, perdendo un po’ di tempo a cercare di capire il funzionamento dell’orologio galvano-magnetico e a scattare qualche fotografia all’Old Royal Naval College, ai piedi della collina. Proviamo a identificare gli edifici all’orizzonte: vediamo chiaramente i grattacieli di Canary Wharf, il Millennium Dome e la Greenwich Power Station, una vecchia centrale che ricorda la più famosa centrale elettrica di Battersea, quella delle copertine degli album dei Beatles e dei Pink Floyd.

Sono ormai passate un po’ di ore da quando abbiamo messo qualcosa sotto i denti, e la camminata ci ha messo appetito. Abbiamo letto che a Greenwich si trova la sede del birrificio che produce la Greenwich Meantime, una birra che abbiamo bevuto spesso in questi giorni. Torniamo verso il centro, attraversando il parco per poi incamminarci lungo la Trafalgar Road. In poche centinaia di metri il paesaggio si trasforma: dalle case basse da villaggio di campagna si passa agli edifici tipici della periferia di qualsiasi grande città inglese. Lavanderie, negozi di alimentari con la merce accatastata senza troppa attenzione, centri scommesse e take away. Anche il tempo è cambiato: quando ci siamo lasciati il Greenwich Park alle spalle ha iniziato a piovigginare, e il leggero drizzle – come direbbero qui – si è trasformato in un vero e proprio acquazzone. Dopo mezz’ora di cammino siamo fradici e puzziamo di cane bagnato, o forse è proprio l’odore che c’è nel birrificio: pioggia, cereali fermentati e birra rovesciata a terra. Chiediamo alla ragazza della reception quando inizia la prossima visita guidata: con un sorriso ci risponde che il tour del mattino è appena terminato. Per il prossimo bisogna aspettare fino alle sette, ed è da poco passata l’una. Desideriamo prenotare? No fucking way, vorrei risponderle, ma non è colpa sua se non ci siamo informati prima.

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C’è però un premio di consolazione: accanto alla reception c’è la Tasting Room, dove si possono degustare oltre venti tipi di birre insieme ad altrettanti piatti. Per fortuna non è troppo affollato: gli unici avventori sembrano essere i dipendenti del birrificio in pausa pranzo e alcuni operai che del cantiere dall’altra parte della strada. Ordiniamo quattro pinte di London Lager e London Pale Ale, accompagnandole a onion rings, pulled pork bagel, cheeseburger e fish & chips (la birra viene utilizzata anche per la pastella, tra l’altro, come prevede la ricetta tradizionale).

La birra è spillata a pompa, senza l’utilizzo di azoto o di altri gas che “spingano” il liquido dal fusto al bicchiere: questo significa che ogni pinta risulta meno gasata e il sapore non viene alterato dall’aggiunta del gas. Il cibo non tarda arrivare, convincendomi sempre più che in questo paese si possa davvero mangiare bene a prezzi contenuti, contrariamente a quanto pensino in molti.

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Quando finiamo ha quasi smesso di piovere: forse un segno che ci invita a rimanere ancora un po’ qui prima di tornare a Londra? Questa volta però saliamo su un double-decker che in poche fermate ci porta fino a Church Street, dove veniamo attirati dalla scritta sopra un arco: Greenwich Market. È l’ingresso del mercato coperto, allestito in una sorta di cortile interno dove ogni giorno una quarantina di bancarelle vendono un po’ di tutto. I venditori vicini all’ingresso principale offrono cibo sia locale che etnico: formaggi inglesi, kebab con carne di agnello del Lake District, pizza italiana, coloratissimi smoothies alla frutta o alla verdura, torte vegane e bicchieri di limonata al miele. Tentazioni alle quali è difficile resistere.

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Un’altra parte del mercato è dedicata all’oggettistica, con un susseguirsi di bancarelle che vendono vecchie cartine geografiche, carte navali, bussole, fumetti e libri con le copertine di pelle consumata. C’è anche una vecchietta dall’aria hippy che espone un po’ di tutto, l’importante è che sia kitsch: si va dai papillon decorati con la Union Jack, alle cravatte con i personaggi dei fumetti, alle sciarpe stampate a grossi fiori colorati con bordi di pizzo.

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Poco più in là, accanto a un banco che sembra incustodito, sono esposte delle fotografie in bianco e nero: ognuna ritrae un angolo di Londra. Vago da un’immagine all’altra per oltre dieci minuti, ma non si presenta nessuno, così mi sposto verso il banco successivo.

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Il venditore è sulla quarantina, e ha tutta l’aria dell’hipster inconsapevole. Indossa un paio di pantaloni di velluto che lasciano scoperte le caviglie avvolte in un paio di calzini a pois rossi e bianchi che finiscono in un paio di brogues di cuoio, di quelle che indosserebbe uno studente dell’Università di Cambridge. Una camicia azzurra dal colletto consumato e un waistcoat a quadretti completano il look. Cerco di sbirciare i suoi acquarelli senza farmi notare. Vorrei fargli una fotografia perché ha davvero l’aria del personaggio, con quegli occhiali dalla montatura troppo grossa e troppo spessa indossati senza ironia, come tutto l’ensemble, del resto. Vorrei anche comprare uno dei suoi disegni di angoli meno conosciuti di Londra, ma il costo mi trattiene: c’è un foglietto dove si legge che il prezzo parte da 150 sterline.

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La tentazione è forte, ma la mia mente golosa si mette a fare un rapido calcolo di come potrei spendere quella cifra in vari pasti in giro per la città. Ancora una volta metto da parte l’arte. Mi allontano pensando già a cosa ordinare questa sera in uno dei miei locali preferiti.

20 pensieri riguardo “Londra: dal Greenwich Mean Time alla Greenwich Meantime

  1. Bentornata Silvia!
    Che peccato per il tour nel birrificio! E peccato anche per il costo di quegli adorabili disegni…150 sterline però!
    Anche se non sei riuscita a fotografarlo l’artista sei riuscita ugualmente a farmelo immaginare con la tua descrizione 😉
    Oddio quelle patatine!!!
    Ah, ti confesso che la foto con un piede a est e l’altro a ovest del meridiano l’avrei fatta anche io 😛
    Buon Ferragosto Silvia, un bacio!

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    1. Ciao Daniela! Effettivamente mi è dispiaciuto un po’ per il birrificio, soprattutto dopo tutta la strada a piedi sotto la pioggia!
      La foto volevo farla anche io ma ti giuro che i giapponesi chiassosi in fila mi hanno fatto passare la voglia 😒
      Buon Ferragosto anche a te!

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  2. Anch’io avrei messo da parte l’arte davanti a quelle cifre! E mi piace il tuo spirito, pensare a quanti altri pasti sarebbero usciti con 150 sterline. Andremmo molto d’accordo in viaggio io e te 😉 Affascinanti i tuoi tour, come sempre. E come sempre me li salvo tra i preferiti. Buona ferragosto Silvia, ciao!

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    1. Ciao Alessia! 150 sterline non sono proprio riuscita a spenderle – magari un giorno quel tizio diventerà famoso e io me ne pentirò 😉
      Sono certa che andremmo molto d’accordo in viaggio: grandi abbuffate di chowder (e qui secondo anche Orsa è con noi)!

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  3. Complimenti Silvia!
    Hai descritto alla perfezione un posto famoso, in cui sono passata decine e decine di volte, risaltando i british details senza renderlo banale! Quegli odori e quei dettagli dell’abbigliamento rispecchiano Londra alla grande! Brava brava brava!!

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  4. Ma che bella Greenwich ! Devo dire che non la immaginavo così, invece mi piace proprio! Purtroppo quando sono stata a Londra ho avuto poco tempo per visitare la città, figuriamoci i dintorni… Dovrò concermi un bel viaggio lungo con Stefano in questa città fantastica perché c’è così tanto da scoprire. Le tue foto sono ad ogni articolo più belle Silvia! Complimenti!
    Un bacione ❤

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    1. Stefano, io fossi in te mi sentirei chiamato in causa: cosa aspetti a portare Lucrezia a Londra? 😉
      Con le foto non ti dico la fatica: ne faccio un milione e poi me ne rimangono pochissime accettabili… Ma non rinuncio, con il tempo migliorerò, spero ❤️

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  5. Ciao Silvia! Ti capisco, in viaggio anch’io mi cimento in calcoli mentali e rapporti prezzo oggetti:costo cibo degni di Will Hunting! E dire che a scuola in matematica ero una frana, è proprio vero che necessità fa virtù 🙂 Complimenti per le foto e buon ferragosto!

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