In Viaggio Col Capo: menagramo d’un menagramo!

Quando il capo chiama, i sottoposti devono rispondere. Per citare i Rage Against the Machine, they say jump you say how high: si addice benissimo al modus operandi del mio ex boss. In questo caso è he e non they, ma non fa differenza. Così, quando in un caldissimo pomeriggio di luglio stai contando le ore che mancano alla fine della giornata lavorativa suona il telefono ed è lui che chiama, non ti aspetti altro se non il peggio.

E il peggio è questo: io e il mio collega P. dobbiamo raggiungere il capo per l’aperitivo a Cogne, a più di due ore di macchina, dove sta trascorrendo qualche giorno di vacanza in un albergo della catena Relais & Chateaux. Dopo l’aperitivo dovremo anche riportarlo a casa, visto che il suo soggiorno è giunto al termine. Ma prima di raggiungerlo dobbiamo fare tappa non lontano da Torino per recuperare J., un altro collega. Importa qualcosa che la sottoscritta e P. siano vestiti come ci si aspetta in una torrida giornata estiva in cui l’unico programma è quello di tornare a casa il prima possibile?

Ovviamente no. Non c’è tempo per un cambio d’abito, così partiamo con pantaloni di lino stropicciati e t-shirt stazzonata (io), shorts cargo e polo sbiadita (P.). J. ci aspetta lungo la strada con i pantaloni della tuta tagliati sopra al ginocchio e camicia a maniche corte a quadretti. Outfit perfetti per presentarsi al cospetto del boss in un albergo a cinque stelle.

Ci aspetta nel giardino con vista sulle montagne e, mentre noi iniziamo ad avere i brividi per la temperatura che di sera si aggira intorno ai quindici gradi, lui non sembra soffrire con i suoi pantaloni in fresco lana e il maglioncino in cashmere. Ci guarda, come sempre, come se fossimo tre mosche nel suo bicchiere di bollicine. L’aperitivo dura più del previsto e lui decide, in un gesto di magnanimità inconsueta, di portarci a cena nel vicino bar à fromage. Almeno all’interno la temperatura è gradevole, quindi riusciamo a prestare attenzione ai dettagli del suo nuovo progetto visionario senza battere i denti. Ma quando usciamo puzziamo di fonduta e di pane abbrustolito.

Finalmente ci avviamo verso l’auto parcheggiata poco lontano: ormai è sera inoltrata e fa parecchio freddo, soprattutto considerando il nostro abbigliamento più adatto alla Riviera Romagnola che alla Valle d’Aosta. Quando saliamo in macchina penso solo a una cosa: pochi chilometri e il boss si addormenterà, lasciandoci soli con i nostri pensieri. E così accade. Appena il tempo di imboccare l’autostrada e dorme come un bambino.

Ma, dopo un’ora di viaggio, come un robot si risveglia e urla: “Ma qui vicino c’è il casinò di Saint-Vincent!”. La sua voce rimbomba nell’abitacolo. Lo ha detto davvero? Veramente vuole fare come il Duca Conte e portare noi poveri impiegati al casinò? Forse non ha la più pallida idea di quanto sia simile al Semenzara?

Sta di fatto che non abbiamo scelta: con la morte nel cuore dobbiamo uscire dall’autostrada e raggiungere il casinò. L’unica speranza è che ci sia un dress code e che quindi ci verrà impedito di entrare, visto che sembriamo pronti per il lido. Ma purtroppo ci viene concesso di accedere alla struttura. Noi tre sottoposti ci trasciniamo nella sala del casinò come tre animali goffi, mentre il boss si destreggia con eleganza tra tavoli e croupier. Probabilmente ci urlerà addosso: Menagramo d’un menagramo! Almeno speriamo di non essere costretti a bere venticinque bottiglie a testa di acqua Bertier mentre il capo sfida la sorte.

Se la sorte non è benevola nei suoi confronti, almeno lo è con noi. Non dobbiamo volteggiare contro il soffitto del casinò, né veniamo accusati di portare sfortuna. Forse il boss si è semplicemente stancato di perdere, o forse è solo stanco. Dopo un paio di ore noiosissime decide che è ora di tornare a casa.

Quando finalmente mi metto a letto sono le quattro di notte: tre ore di sonno e sarò pronta per un’altra giornata in cui obbedire agli ordini del capo.

Illustrazione di Stefano Tenti – In World’ Shoes: tutti i diritti riservati all’autore

Un pensiero riguardo “In Viaggio Col Capo: menagramo d’un menagramo!

  1. Mi mancavano un sacco le tue avventure con il capo che, come sai, comprendo perfettamente per averne vissute di simili nella mia vita lavorativa. Ci sono persone che non si rendono conto dell’esistenza degli altri, dei loro pensieri, necessità, disagi. Forse è una delle caratteristiche necessarie per il comando… e l’attualità ce lo insegna! In ogni caso per fortuna sono solo aneddoti del passato su cui ridere.

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