Racconti del 31 ottobre: storie di Glastonbury

Io non ho paura. E non mi faccio impressionare facilmente. Lo ripeto mentre attraversiamo la strada di fronte all’albergo di campagna. In realtà ho una paura terribile e mi lascio suggestionare da qualunque cosa sia vagamente misteriosa. E il Manor House Inn, la locanda in cui passeremo la notte, da fuori sembra tutto tranne che un hotel: un edificio a due piani di mattoni rossi, con un’insegna di ferro arrugginito che cigola al vento. Quel rumore ritmico e gracchiante mi terrà sveglia fino all’alba, me lo sento.

Ma all’interno, nella zona adibita a pub, si respira profumo di arrosto con patate al forno. Pareti di mattoni a vista, tavoli di legno grezzo e pinte di birra tra le mani degli ospiti. Chiediamo di poter mangiare qualcosa, ma prima ci viene mostrata la nostra stanza al secondo piano. Siamo a Ditcheat, piccolo villaggio del Somerset, ma non riesco a trovare nulla di idilliaco. Tutto mi riporta all’abbazia che abbiamo visto nel pomeriggio: dalla porta di legno scuro, alle finestre a ogiva, al pavimento in pietra. Forse in passato questa camera era la cella di un monaco? No, non devo pensare alla storia del monaco, né all’insegna mossa dal vento.

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© Manor House Inn

Quando scendiamo al pub l’atmosfera è tranquilla: oltre al personale, sono rimasti pochi avventori che si voltano a guardare con curiosità i due foreigners: magari da queste parti non ce ne sono molti. Veniamo serviti velocemente e dopo nemmeno mezz’ora abbiamo finito di cenare. Decidiamo di fare due passi prima di salire in camera: arriviamo fino alla scuola elementare, poi ritorniamo sui nostri passi, senza soffermarci ad ammirare la chiesa di Santa Maria Maddalena e il suo cimitero, con le lapidi in pietra che spuntano dal terreno come tanti denti storti e ammaccati.

St Mary Magdalene Church.jpg
© Flickr

Ma io non ho paura. Non mi spaventa il fatto che il giardino della locanda confini con il camposanto della chiesa. A spaventarmi è il pensiero di un altro luogo sacro. Anche se ci separano quasi trenta miglia da Glastonbury. Anche se la stanza è calda e il piumone è soffice. Non riesco a smettere di pensare alla figura avvolta nel saio. Tengo gli occhi ben chiusi, per non confondere il tendone della finestra con la veste del povero Richard Whiting, l’abate dell’abbazia di Glastonbury che nel 1539 fu fatto impiccare e poi squartare per ordine di Enrico VIII.

Glastonbury Abbey

Non sono un’esperta di storia inglese, e prima di arrivare a Glastonbury non sapevo nulla della dissoluzione dei monasteri voluta da Enrico VIII, che tra il 1536 e il 1540 confiscò tutte le proprietà della chiesa cattolica del paese. In pochi anni, il sovrano fece disperdere oltre 15.000 tra monaci e suore che vivevano in un migliaio di monasteri e conventi in Inghilterra. Gli edifici vennero saccheggiati, distrutti o venduti. Tutti gli oggetti di valore dell’abbazia di Glastonbury furono sottratti ai monaci, e l’abate Whiting, che si oppose al saccheggio, venne ucciso barbaramente. Il suo corpo fu esposto in una fredda sera di novembre sulla collina del Tor, la torre senza tetto che sovrasta la città.

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Difficile immaginare che questi fatti cruenti siano avvenuti in un piccolo paese del Somerset che oggi è famoso in tutto il mondo per il suo festival. Ancora più difficile immaginare che per le sue stradine piene di tea rooms ci siano tanti avvistamenti di fantasmi. In particolare all’abbazia, tra i resti delle navate. Chi potrebbe credere al fantasma di un abate impiccato che al calar della sera, quando i negozi chiudono e la gente si ritira in casa, cammina furtivo tra queste pietre? Io non ci credo. Ma nella stanza buia al secondo piano della locanda riesco a immaginarlo benissimo, con il suo saio consumato che sfrega sulle gambe frusciando a ogni passo. Il cappuccio scivola giù dalla sua testa e, mentre rallenta il passo per sollevarlo, si volta indietro guardandosi le spalle. Così sostiene di averlo visto una turista qualche anno fa. Lo ha immortalato con la macchina fotografica, prima che sparisse tra le rovine dell’abbazia.

In molti lo hanno avvistato, descrivendo la stessa scena. Ma non è tutto. C’è chi sostiene che la città di Glastonbury sia la leggendaria Avalon, e che nel cimitero dell’abbazia siano sepolti Re Artù e Ginevra.
Mi giro nel letto, dando le spalle alla finestra oltre la quale si potrebbe intravedere il camposanto della chiesa di Santa Maria Maddalena, cercando di non pensare a quei monaci che scavando nel terreno dell’abbazia di Glastonbury trovarono due scheletri. Uno dei due corpi aveva intorno a quello che restava del collo una croce con una scritta in latino: “Qui giace Artù, re dell’isola di Avalon”. Realtà o fantasia? Tanta fantasia, mi dico, cercando di convincermi, ma soprattutto di non pensare alla teoria del Ghost Club locale, secondo la quale dopo la morte del re mitologico, uno spirito negativo abbia iniziato ad aggirarsi nel cimitero.

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Un cavaliere dall’armatura nera, che anche dopo la morte tornò per battersi con Artù, muovendosi veloce tra le tombe per risvegliare il fantasma del suo nemico. Altri invece pensano che sia qui per trovare il Santo Graal che, secondo molti, è sepolto proprio qui. Un altro legame con la Tavola Rotonda e i suoi cavalieri, o leggendaria coincidenza? Chiudo gli occhi fino a quando le palpebre mi fanno male, e a questo punto sono completamente sveglia. Mi torna in mente il Mago Merlino, non nella veste disneyana ma come la figura descritta nella letteratura inglese: l’immagine del sorcerer, dello stregone nato da un demone e da un’umana. Forse anche lui si aggira tra le rovine dell’abbazia con il suo cappuccio nero che però non riesce a nascondere il volto da Dissennatore che da Azkaban è arrivato fino ad Avalon.

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Quasi quasi accendo l’abat-jour. Ma per farlo devo aprire almeno un occhio e far uscire un braccio da sotto il piumone. E ho troppa paura di sentire sul mio polso il respiro freddo dello spirito di Merlino, o dell’abate Whiting. Come succede negli incubi, i due si fondono e si confondono in un’unica inquietante figura incappucciata. Cammina a passo spedito verso la collina del Tor, appena fuori Glastonbury. Noi ci siamo arrivati con il bus urbano, percorrendo in pochi minuti la strada di campagna fino al sentiero che si inerpica verso la torre. Non sono i miei piedi quelli che vedo: sono grandi e indossano calzature di cuoio. E non sono nemmeno le mie mani quelle che sollevano la veste scura per non inciampare sui sassi del sentiero che porta al Tor. Vecchio campanile di una chiesa sepolta, resti di un eremo di cui non è rimasta nessuna traccia, o punto di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti? Le leggende abbondano: secondo i Celti, il Tor era la dimora di Gwyn ap Nudd, il signore del regno dei morti. Secondo altri invece, fu il luogo in cui Ginevra venne tenuta prigioniera da Melwas, re della regione. Un altro particolare va ad aggiungersi alla figura senza volto che è arrivata in cima alla collina e che ormai ha assunto le sembianze della creatura raffigurata da un anonimo artista locale.

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Dal Tor si vede tutta la città, ma non ci si deve fermare per molto tempo. È pericoloso perché sotto la collina ci sono i resti di un labirinto da cui è impossibile uscire. C’è chi racconta che alcuni pellegrini diretti alla vicina abbazia siano entrati nella torre senza tetto per svanire nel nulla.
Ora conto fino a cento e se non mi addormento accendo la luce sul comodino. Come se le leggende popolari non bastassero, ci metto anche del mio: immagino che prima di apparire, i fantasmi di Glastonbury si facciano sentire con il rumore di una catena oppure con il tintinnio di un anello di ferro arrugginito con appese alcune chiavi.

Servono per aprire una pesante porta di legno: quella che conduce al regno di Gwyn ap Nudd. O quella della mia stanza? Il tintinnio è nella mia testa o è l’insegna mossa dal vento? Basta, devo assolutamente accendere la luce e cacciare via i fantasmi.

#RaccontiDel31Ottobre è un’iniziativa di Orsa nel Carro

41 pensieri riguardo “Racconti del 31 ottobre: storie di Glastonbury

  1. Quanto sono sempre belli, Silvia, i tuoi racconti! Ti fanno proprio immergere in ciò che stai leggendo! E poi, queste foto così malinconiche, stasera…
    Infine, ti ringrazio per la tua espressione “spuntano dal terreno come tanti denti storti e ammaccati” riferite alle lapidi di certi cimiteri… L’ho sempre avuta anche io questa impressione, ma non ero mai riuscita a formularla così bene!!

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    1. Che poi è anche una cittadina davvero bella, storie misteriose a parte. Però ha un non so che di inquietante, che ti fa venire la tentazione di guardarti le spalle in continuazione.
      I cimiteri inglesi con i loro “denti che spuntano” sono molto più misteriosi dei nostri 👻
      Grazie mille 😘

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  2. E’ vero, come dice Elena la tua espressione per definire le lapidi dovrebbe entrare di diritto in quelle raccolte di citazioni! *_* E a proposito Silvia visto che scrivi così bene dovresti seriamente pensare a raccogliere questi racconti in un’antologia, un ebook o qualcosa del genere. Mi è parso di vedere qualche giorno fa un ads di un concorso per letteratura horror e i tuoi racconti vincerebbero a man bassa!
    Ma ora veniamo a questo posto capace di entrare nelle peggiori fasi REM…ma quanto è spaventoso?! E la storia che c’è dietro che si intreccia con miti e leggende far venir voglia di saperne di più nonostante la gelida sensazione che ti afferra. E’ come quando guardi un film horror e muori per la paura ma non riesci a scollare gli occhi dalla tv. Viste le tue foto non farei fatica a credere agli avvistamenti, ci sono luoghi in cui si “deve” credere ai fantasmi a prescindere e il Regno Unito è uno di questi! Comunque quella torre che spicca nel nulla è davvero inquietante così come l’idea del labirinto sotto la collina. Voglio saperne di più Silvia! Vado a Googlare.
    Grazie di cuore per aver aggiunto questo strepitoso racconto british alla collezione! ❤

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    1. Mi fate arrossire tu ed Elena con i vostri complimenti ☺️
      Sai che da bambina e da ragazzina mi divertivo a scrivere racconti brevi? A casa dei nonni avevo una vecchia macchina da scrivere Olivetti dove scatenavo la fantasia, poi facevo fotocopiare “le mie opere” in ufficio a mia mamma e le regalavo a parenti e compagni di classe…
      Grazie mille ❤️

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  3. Mi piace moltissimo il tuo modo di scrivere, catturi totalmente il lettore! Mentre ero immersa nella lettura mi sembrava quasi di sentire degli scricchiolii sinistri in casa! Adoro tutto ciò che è british e il tuo racconto misterioso mi ha fatto venire voglia di affrontare i fantasmi e visitare Glastonbury 🙂

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  4. Che racconto, mi è sembrato quasi di leggere una pagina di un romanzo gotico! Questa Manor House Inn dev’essere davvero suggestiva, ci credo non sei riuscita a dormire serenamente… Il Regno Unito per storie di fantasmi e luoghi inquietanti è imbattibile, poi voglio dire la storia di Artù mi ha sempre affascinato, nonostante il racconto potrei anche farcela una capatina a Glastonbury! 🙂

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  5. La foto della torre è davvero “spooky”, me la immagino durante una tempesta con tuoni e saette a far da contorno. Glanstonbury deve essere molto bella, a metà tra il vintage e l’inquietante. Interessanti anche le leggende, chissà che non sia davvero la mitica e misteriosa Avalon 😉

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  6. Credo darei un braccio per vedere la foto del turista che avrebbe immortalato il povero abate… La cara vecchia Inghilterra pullula di queste leggende e il legame con i cavalieri della tavola rotonda torna sempre fuori… Forse è anche per questo che ne sono completamente affascinata! Bellissimo racconto Silvia. Con una giornata come quella di oggi vorrei essere in una di quelle tea room ad aspettare che cali il sole 😍

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    1. Probabilmente non è possibile vedere la faccia del povero turista, perché sicuramente è morto dopo aver visto il fantasma 😱
      In Inghilterra ogni occasione è buona per metterci dento i cavalieri della tavola rotonda, e un paese come Glastonbury è proprio il posto ideale.
      Grazie Alessia 😍

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  7. Mi hai riportato alla mente dei bei ricordi. Sono stata a Glastonbury, tra l’altro proprio in quel mio viaggio che mi ha portata a Boscastle. Ricordo la collina del Tor anche se l’abbiamo vista solo dalla strada poiché eravamo in ritardo sulla tabella di marcia. Chissà perchè queste locande inglesi fanno sempre questa impressione inquietante. I cigolii, il legno che scricchiola. Quasi quasi ti viene voglia che il mattino arrivi presto per poter fuggire. Non ti nascondo che leggere il tuo racconto mi ha messo paura!

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    1. Ora che mi ci fai pensare, forse anche io ci sono stata quando sono andata a Boscastle! Ma non ci metto la mano sul fuoco (sempre a proposito di streghe).
      Certi posti in Inghilterra hanno il potere di essere veramente inquietanti – forse è anche un po’ colpa dei racconti gotici.
      Grazie e scusa se ti ho messo paura 😉

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  8. Io con una seduta spiritica avrei invitato Merlino e Morgana per un tè al cimitero mentre, geloso, Artù rimaneva sottoterra al freddo. 😛 Scherzi a parte, bello il racconto mi hai tenuta col fiato sospeso fino all’accensione del lumetto. Ma poi l’hai acceso? 😉

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  9. Ma tu e Daniela avete veramente deciso di farmi venire il crepacuore! Mamma mia Silvia! Le lapidi, il cimitero che si vede dalla finestra, il labirinto, la collina, il monaco! MA come hai fatto a dormire tu lì! Io sarei scappata a gambe levate! Non era mica questo il pub di cui parlavi qualche giorno fa? No perché l’idea di dormire nel pub mi allettava molto ma con questa cornice idilliaca mi è venuta un po’ paura a dire il vero!!!! Da brividi sul serio. Complimenti però per il tuo racconto, mi hai tenuta attaccata parola per parola!

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  10. In realtà, la teoria che a Glastonbury si trovi la tomba di Artù è formalmente errata ma è molto affascinante. Si tratta di una teoria diffusa in epoca vittoriana, come fosse una sorta di “campagna di marketing” per quella parte di Inghilterra. Ciò, però, non toglie nulla alla bellezza di quel luogo. Ci sono stata non so quante volte e, per me, è meraviglioso soprattutto in inverno.

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    1. È un posto dove abbondano le leggende, e tra l’altro a un certo punto avevo anche letto che Glastonbury fosse “gemellato spiritualmente” con l’abbazia di San Galgano… chissà?
      Rimane comunque un posto molto affascinante. In inverno non ci sono mai stata purtroppo.
      Grazie e buona giornata!

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  11. No vabbè. Tu così mi conquisti al volo. In questo racconto trovo tutto ciò che amo: l’atmosfera, le leggende…. l’ambientazione! Tu non sai quanto amo i misteri ambientati nella campagna inglese! Potrei fermarmi ore a leggere.
    Una storia che racchiude un sacco di elementi di grande attrattiva, devo assolutamente segnare l’Abbazia di Glastonbury tra le mete di un ritorno in Inghilterra, perché seppure non sono coraggiosa (si, io ho paura), adoro visitare luoghi storici che nascondono misteri e leggende. Poi se mi parli di Artù e del Graal, sono in prima linea come Giacobbo.
    Consolati pensando che io mi comporto come te. Stesse paure da luce spenta, che oltretutto aumento per colpa della spiccata fantasia macabra che mi contraddistingue. Quando sono in viaggio di lavoro, da sola ovviamente, dormo malissimo per questo motivo, perché sparo la luce della lampada al massimo e poi riposo poco 😂!
    Evviva i piumoni che salvano dai fantasmi!
    Stupendo racconto Silvia. Come sempre sai stupire.
    Un abbraccio,
    Claudia B.

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    1. Giacobbo si sentirebbe a casa da quelle parti (mancano solo gli avvistamenti alieni, ma c’è sempre tempo…) Storie misteriose a parte è una zona davvero bella, e anche Glastonbury è una città che merita una visita. Io ci sono stata di strada per la Cornovaglia che è un altro ma zona da favola, se ti capita.
      Ah bene non sono l’unica fifona! Ieri sera ho visto un film giallo e per tutta la notte ho sognato le scene più inquietanti!
      Grazie e buona giornata 😘

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  12. Quanti luoghi misteriosi e affascinanti in Inghilterra….e quanto hai descritto bene l’atmosfera che vi aleggia! Non conoscevo la storia di Glastonbury, non sapevo fosse legato ad Avalon: sono stato a Tintagel sulle orme di Re Artù e dei suoi cavalieri e mi sono innamorato di quei posti, di quelle leggende che si perdono nella notte dei tempi…grazie per avermi riportato là, Silvia!

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