#InViaggioColCapo: lost in translation

Voglio subito precisare una cosa: uso l’espressione lost in translation non nel suo significato originale. Perché quando il mio ex capo parlava (e parla tuttora, presumo) una lingua diversa dall’italiano, non accadeva semplicemente che parte del significato originale andasse perso nella traduzione. Quando dico che al boss capitava di essere lost in translation intendo proprio dire che si perdeva, letteralmente, nelle traduzioni fantasiose che improvvisava.

I suoi strafalcioni linguistici erano diventati di uso comune tra colleghi: a forza di ripetere l’errore per prenderlo più o meno bonariamente in giro, i suoi orrori prendevano piede non solo tra di noi, ma anche all’esterno. La consuetudine sbagliata era diventata una regola. Un po’ come quando da ragazzini sulle note dei Baltimora cantavamo kiwi-melone-kiwi-melone anziché gimme the other gimme the other.

Ancora oggi, quando mi capita di ascoltare Tarzan Boy, non riesco a non cantarne la versione sbagliata. Allo stesso modo, una selezione delle invenzioni del boss in altre lingue è ormai diventata uso comune tra i miei ex colleghi e nella mia vita quotidiana.

O Wendy, Where Art Thou?

Arrivati all’aeroporto di Inverness insieme al boss, io e il mio collega di sventura siamo un po’ in ansia perché la nostra referente locale è una ritardataria cronica. Deve venirci a prendere all’aeroporto per portarci in albergo e quando passiamo i controlli di sicurezza, non la troviamo ad aspettarci nella hall degli arrivi dell’aeroporto scozzese. Le mando un sms ma lei mi ignora; la chiamo più volte ma risponde la sua voce registrata in segreteria. Sono Wendy, non posso rispondere. Please leave a message.

Phone
Photo by Quino Al on Unsplash

Passa mezz’ora, e intanto la rabbia del capo sta cuocendo come un cotechino in una pentola a pressione. Sono sicura che tra poco la valvola esploderà. Il mio collega cerca di distrarlo raccontandogli una serie di aneddoti sulla Scozia, ma lui risponde con dei grugniti, intimandomi di non smettere di chiamare la nostra referente. Quando finalmente Wendy mi richiama, il boss mi strappa il vecchio Nokia 3310 dalle mani dicendo: “Ci penso io a sistemarla”. Peccato però che lui non parli inglese e Wendy non capisca una parola di italiano.

“WENDY WHERE ARE YOU ARE???” urla direttamente nel microfono. La ripetizione del verbo probabilmente nella testa del boss serve per dare enfasi, ma Wendy e la sua testa sono dal parrucchiere e hanno scordato l’appuntamento.

Festività inesistenti

Il mio vecchio lavoro non prevedeva giorni di ferie: quando il capo chiamava si doveva partire, che fosse sabato, domenica o Ferragosto. Un anno siamo stati invitati a un evento negli Stati Uniti ad aprile, con partenza prevista proprio la domenica di Pasqua. Non ci tengo in maniera particolare a celebrare una festa religiosa, ma un paio di giorno di riposo fanno sempre piacere. Purtroppo però niente uova di cioccolato da rompere, né coniglietti pasquali.

Foto di Polina Tankilevitch da Pexels

Arriviamo a destinazione la domenica sera e il lunedì di Pasquetta il boss è pimpante già di buon mattino, pronto a incontrare i nostri ospiti e a trascorrere una lunghissima giornata insieme a un gruppo di sconosciuti di cui dimenticherà i nomi dopo cinque minuti. La delegazione ci aspetta nella hall dell’albergo, e il capo li accoglie a braccia aperte, urlando a ognuno di loro Happy Little Easter! Tutti guardano prima lui e poi me, alla ricerca di una spiegazione. Cercando di non mettere troppo in imbarazzo il boss, provo a spiegare che da noi in Italia, il loro Easter Monday ha un nome che equivale a qualcosa come “piccola Pasqua”, e dunque buona piccola Pasqua a tutti da parte del capo.

Buon Natale assoreta

Insieme al capo sono a Londra per incontrare la nuova responsabile della sede locale, che conosco già e dunque so per certo che a lui non potrà mai piacere. Innanzitutto perché è una donna giovane, e poi perché parla veramente troppo. Immaginatevi una trentenne italo-americana che ha studiato nelle migliori scuole di Ginevra e di New York: sicura di sé, egocentrica e logorroica. Un mix micidiale, soprattutto per un misogino come il capo.

La sera prima dell’incontro la invito a cena e le faccio una descrizione breve ma concisa del carattere del boss, dandole alcune consigli nella speranza che non sia odio a prima vista. Le suggerisco di parlare poco, il meno possibile, di lasciare che sia lui a condurre la conversazione, di annuire e sorridere, dandogli sempre ragione senza però dare l’impressione di prenderlo in giro. Semplice, no?

giphy

“Lui si offenderà per mio italiano?” mi domanda con un forte accento americano. Certo che no: la ragazza è per metà italiana ma la sua lingua madre è l’inglese. Tutto sommato forse l’incontro andrà bene. Ma il mattino dopo percepisco immediatamente l’irritazione del boss verso i modi esuberanti e frizzanti dell’americana. Lei lo abbraccia e lo bacia sulle guance, ride troppo ma soprattutto parla troppo. Alla fine di un discorso lunghissimo sulla filosofia dell’azienda, lei annuisce, indica la barba bianca del boss e dice: “You are like Babbo Natale to me.” Il gelo cala nella stanza. Io trattengo un conato di vomito, desiderando di potermi teletrasportare altrove. Il boss si alza rovesciando il tavolino di fronte alla poltrona e se ne va urlando: “BABBO NATALE TO YOUR SISTER!”

Inutile dire che la giovane americana non ha avuto una lunga carriera nella sede inglese.

Tell me… because?

Siamo in Austria per una riunione con i rappresentanti delle sedi estere per discutere di alcune importanti proposte per il futuro. Veniamo ospitati nella regione del Burgenland, nell’azienda vinicola di un amico del boss. Durante la sessione del mattino, tutto procede per il meglio e non ci sono ritardi sulla tabella di marcia che prevede una lunga serie di punti da discutere. Ma dopo la pausa pranzo, complice il vino servito in abbondanza durante un lungo pasto sotto il calore del sole di giugno, rientriamo nella sala riunioni un po’ assonnati e un po’ annoiati. Al boss cala la palpebra e ogni tanto deve reggersi la testa con la mano, probabilmente per evitare di stramazzare sul tavolo. Fino a quando una delle rappresentati della sede statunitense fa una proposta che al capo non piace affatto. Ora siamo tutti sull’attenti: ognuno dei presenti sa benissimo che si tratta di una cosa che lui non approverà mai. Lascia che la donna finisca di parlare, controlla che la traduzione in cuffia funzioni a dovere e risponde alla tizia molto chiaramente. No, la tua idea rimarrà tale. L’americana non si arrende e continua a perorare la sua causa. Il boss attende impazientemente la fine della traduzione, poi si alza, scaraventa le cuffie in mezzo alla sala e urla:

BECAUSE, BECAUSE???

Ognuno di noi guarda il suo vicino di posto, senza sapere se sia il caso di ridere o di piangere. Oltre che per la sua ira, il capo è noto per il suo approccio staliniano alle questioni di lavoro: si fa come decide lui, punto e basta. Nessuno osa controbattere, tutti annuiscono. D’altra parte, because non dovremmo essere d’accordo con lui?

Illustrazione di copertina di Stefano Tenti – In World’ Shoes: tutti i diritti riservati all’autore

31 pensieri riguardo “#InViaggioColCapo: lost in translation

  1. L’ha fatto sul serio? Veramente ha traslitterato a’ soreta e Pasquetta? 😂 E dove la tenevi nascosta questa collana di perle? Ma lui è veramente incredibile! 😂 Mi hai fatto venire in mente quella memorabile scena nell’aeroporto di Praga, dove un passeggero ha inveito contro il personale al gate in anglo-napoletano!
    Non possono essere finite qui queste perle, Silvia, gimme the other, gimme the other anzi, kiwi-melone kiwi-melone! 😂😂😂
    PS: però l’americana dal mix micidiale poteva evitarla quella battutaccia… io le avrei risposto to your sister and to your mother! 😂

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    1. Ricordo la scena dell’aeroporto di Praga perché se non sbaglio ne avevi parlato a proposito delle dimensioni del bagaglio a mano!
      Sì ce ne sono sicuramente altre sepolte nella mia memoria ma a volte quando non riesco a prendere sonno riemergono all’improvviso, per cui I’ll give you the other with kiwi e melone 😂

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  2. Io non oso immaginare la situazione nel momento in cui Si è verificata! Mi sto sbellicando io dalle risate solo immaginando le tue espressioni…. come sempre articolo acuto, pungente e super divertente.

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  3. I tuoi articoli sono sempre interessanti, ma quando entra in ballo il capo sei davvero al top. Come sempre mi sono divertita molto a leggere, anche se alcune espressioni mi fanno rizzare il pelo sulle braccia… tell me, because, per esempio, non si può proprio sentire 🙂

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  4. Mi hai fatto sbellicare dalle risate . Dovresti pensare seriamente di pubblicare una serie di racconti dedicati a queste avventure . Lost in traslation è davvero l’espressione giusta per definire questi episodi .

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  5. Ahahah, fanno troppo ridere i racconti delle avventure con il tuo capo! Lui di certo fornisce tanto buon materiale per storielle, ma il modo in cui lo racconti tu è semplicemente fantastico! Quella di “Happy Little Easter” è tremenda… come hai fatto a rimanere seria in quella circostanza?

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  6. Mi si è gelato il sangue a quel “you are babbo natale to me” e non ho mai lavorato con il tuo ex capo!! Comunque potresti pubblicare un libro su queste disavventure ma sono sicura che potresti avere materiale anche solo sui suoi strafalcioni!!
    PS: sono curiosa anche io di sapere l’identità di questo boss!

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  7. Mi diverto sempre moltissimo a leggere delle tue (dis) avventure con il boss! Le sue uscite sono fenomenali, anche se immagino che lì sul momento non sia simpatico doverlo gestire. La scenetta natalizia con l’allora responsabile della sede locale meriterebbe l’Oscar! 😀

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