Cibo e viaggi: parole intraducibili in italiano

Avete presente quelle persone che in un discorso in italiano infilano tre o quattro parole in inglese? Ci vediamo per un lunch, così ti faccio un update. Non solo sul lavoro, ma anche nella comunicazione quotidiana, per esempio quando in un negozio la commessa ci propone una maglia over anziché semplicemente larga, o un paio di sneakers al posto di normalissime scarpe da ginnastica.

Non voglio condannare l’uso dei termini stranieri, ci mancherebbe, perché a volte si tratta di parole entrate nell’uso comune in italiano e delle quali non potremmo fare a meno. Infatti non sempre si tratta di pigrizia, perché spesso è la nostra lingua ad essere rigida, e a volte ci sono termini impossibili da tradurre senza fare un giro di parole lunghissimo. Così parliamo di saudade, di brunch e di jet lag perché è più comodo. Anche perché spiegare che siamo un po’ stanchi dopo un viaggio intercontinentale e quindi ci dobbiamo riprendere dalla differenza di fuso orario non avrebbe lo stesso effetto.

giphy

In certi casi addirittura ci sono parole straniere che si riferiscono a concetti o a situazioni che non hanno un vero e proprio equivalente in italiano. Ho scovato alcuni di questi termini intraducibili legati ai viaggi e al cibo, e non potevo non approfondire.

Poputchik: il compagno con cui si condivide parte di un viaggio

Poputchik (Попутчик) ha assunto una connotazione particolare durante il periodo bolscevico della Russia, epoca in cui la parola veniva usata per indicare una persona con cui si condivide lo stesso cammino. Il poputchik è un compagno di viaggio ma, specialmente nell’Unione Sovietica, anche un compagno di ideologia e di schieramento politico. Con Trotsky si colorò di una connotazione meno nobile, dato che spesso il termine veniva usato per descrivere gli intellettuali russi e il loro continuo “viaggiare”: se da un lato sostenevano gli ideali della rivoluzione russa, dall’altro erano restii a unirsi al partito. Con gli anni ha perso questa sfumatura poco positiva e ora viene nuovamente usato in contesti legati al viaggio.

Come la parola sputnik – che, indovinate un po’, significa “compagno” – anche il poputchik è un compagno di viaggio con cui si condivide parte di un percorso: a piedi, in nave, o in auto. Mi piace immaginare un lunghissimo viaggio in treno da San Pietroburgo a Vladivostok, durante il quale due poputchiki si trovano loro malgrado costretti a condividere uno spazio angusto. Magari è intesa e nascerà un’amicizia, o magari non ci si rivedrà mai più.

Utepils: la prima birra all’aperto

L’ultima volta che sono stata a Bergen, a maggio di un paio di anni fa, la primavera in Norvegia era appena arrivata. Una primavera fresca, con qualche scroscio di pioggia durante la giornata e un venticello frizzante che arriva dal mare. Ma il sole inizia a riscaldare un po’, quindi i norvegesi non perdono tempo e iniziano ad occupare i tavolini all’aperto dei bar che si affacciano sul porto, davanti al quartiere anseatico del Bryggen.

Anche noi prendiamo parte a questo rituale molto particolare. Si tratta dell’utepils, parola formata dall’unione di ute, stare all’aperto, e pils, birra chiara. Il concetto sta a indicare la prima pinta di birra sorseggiata all’aperto, durante la prima giornata di sole dopo un lungo inverno. L’utepils non è dunque un’uscita qualunque per bere qualcosa insieme agli amici, ma un rito per celebrare la fine del lungo inverno e l’arrivo della bella stagione.

Tretår: ancora un po’ di caffè, grazie

Una parola svedese formata dall’unione di tre, che come in italiano indica il numero tre, e tår, che si riferisce a una piccola quantità di liquido. Insieme, assumono un significato del tipo “il terzo rabbocco della tazza di caffè”. Immaginate di essere in una caffetteria di Stoccolma in una fredda giornata invernale e di ordinare un caffè bollente. Dopo aver finito la prima tazza, si fa il secondo rabbocco e poi si richiede un tretår, cioè una terza tazza.Coffee kanellbulle fika

Un contesto tranquillo, in cui ci si prende il tempo per guardare pigramente la gente che cammina lungo le strade, leggendo un libro e magari mangiando un paio di kanelbullar. Per restare in tema di parole intraducibili, il tretår si abbina bene al concetto di lagom (l’equivalente svedese del più noto hygge) che sta a indicare una situazione in cui tutto è semplice, ma in perfetto equilibrio. 

Sobremesa: il tempo trascorso a tavola

Una parola che, tradotta letteralmente dallo spagnolo, significa “sopra la tavola”. Il significato però è molto più complesso e indica una tradizione molto diffusa non solo in Spagna, ma in diversi paesi mediterranei. La sobremesa è l’abitudine che prevede di rimanere a tavola dopo aver consumato un pasto per continuare a chiacchierare con gli altri commensali. Non è solo il pasto in sé – possibilmente formato da più portate – a essere una fonte di gioia, ma anche la compagnia degli amici o dei parenti che hanno appena condiviso il cibo con noi.

Se penso alla sobremesa, mi torna in mente un pranzo in un ristorante sul lungomare di Barceloneta, durante una tiepida domenica di dicembre: un piatto di succulento jamón, grasse olive e sardine unte di olio di oliva. Il tutto accompagnato da vino bianco e birra. Si trascorre semplicemente il tempo chiacchierando, godendosi il paesaggio e il calore del sole. Per gli spagnoli (e per noi italiani) è importante non solo quello che si mangia, ma anche come si mangia e con chi. Un concetto che forse non ha equivalenti in altre lingue. Chissà però come mai non abbiamo una parola che indichi la stessa cosa anche in italiano.

Conoscete altri termini intraducibili legati al cibo o ai viaggi?

Cover photo by Zuzana Ruttkay on Unsplash

41 pensieri riguardo “Cibo e viaggi: parole intraducibili in italiano

  1. Bello questo articolo, c’è sempre da meravigliarsi e imparare qualcosa d nuovo con te! 🙂
    Non ne conoscevo nemmeno uno, lo ammetto, soprattutto i termini nordici.
    Utepils mi piace tantissimo, sa di solstizio della birra, e anche il concetto che sta dietro sobremesa mi piace… che poi in realtà dovrebbe essere sempre così. Neanche io condanno gli anglicismi, ma penso che ultimamente ci sia una vera e propria colonizzazione, soprattutto in ambito lavorativo. Certe cose non si possono sentire, come ad esempio skillare, brieffare, call, problem solving ecc ecc, più che padronanza mi sanno di apparenza, un darsi delle arie. Però è vero, certi termini sono intraducibili, come il napoletanissimo “cazzimma” 😀
    Ti dirò, un tretår non so se lo reggerei… ma tre kanelbullar posso provarci 😛

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    1. Certi concetti sono bellissimi, e la tua traduzione con “solstizio della birra” mi piace proprio tanto!
      Invece certe persone che brieffano, developpano e upgradano proprio non si possono sentire 😱
      Se si tratta di cose intraducibili ci sta anche perché l’italiano non è molto plasmabile quando si tratta di coniare nuovi termini – ma siamo comunque più “duttili” dei francesi da questo punto di vista che non hanno il computer ma l’ordinateur 😉

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  2. Tutte queste parole sono figlie di contesti culturali specifici ed unici e ciò le rende interessanti. Mi sono divertita a leggere a questo articolo. Stavo pensando che all’italiano manca una parola tipo “sobremesa”, in fondo è qualcosa che appartiene anche alla nostra cultura (restare a tavola a chiacchierare), tuttavia non abbiamo mai dato un nome specifico a questa usanza. Invece una parola che indica tretar sarebbe piuttosto inutile, chi chiede un rabbocco ad un espresso?! 😂

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    1. Anche io mi sono chiesta come mai non esista in italiano un equivalente di sobremesa, perché direi che noi siamo i campioni indiscussi di questa pratica. Forse bisognerebbe coniare un nuovo termine, o semplicemente prendere in prestito quello spagnolo (per una volta non uno inglese!)
      No in effetti il rabbocco dell’espresso sarebbe proprio inutile 😂

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  3. Sei pazzesca! Divoro sempre i tuoi articoli e questo mi ha tenuta allo schermo di filato. Sono stata a Bergen, ma in autunno inoltrato, quindi non conoscevo quella parola e non sapevo neanche del terzo rabbocco. Chissà quante ne esistono, ma non facendoci caso, a volte ce le perdiamo!

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  4. Io invece sono abbastanza infastidita da questo uso sfrenato di termini inglesi (e non solo). Anche ascoltando la televisione, mi arrabbio nel sentire questo continuo utilizzo di termini come “spending review” o ” red carpet”, che sono più che traducibili in italiano. Soprattutto mi arrabbio perchè sono proprio le persone che conoscono pochissimo le lingue a farne un uso smodato.

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    1. Hai ragione: la maggior parte delle volte l’uso dei termini stranieri è superfluo e soprattutto fastidioso quando si tratta di concetti che nella nostra lingua esistono. Proprio questa mattina una signora è passata in ufficio da me e mi ha raccontato di come ha passato il “LOVE DAN” lo scorso anno…

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  5. Come sempre le tue carrellate di espressioni linguistiche sono impagabili: quante cose imparo leggendoti 🙂
    Oh, come vorrei adesso poter chiedere una “Tretår”… Non tanto per bere un altro caffè, ma per tutto ciò che ci starebbe dietro, primo tra tutto il fatto che… mi troverei a Stoccolma!!!

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  6. Che bella raffica di parole che rappresentano momenti di serenità e condivisione. Non mi vengono in mente termini in italiano, anche perché, con poco rispetto per la nostra lingua, tendiamo a tradurre ciò che descrive uno stato d’animo, in inglese. Ci farò caso durante i prossimi viaggi (spero presto!) e cercherò di ricordarli!

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    1. Purtroppo ultimamente è una tendenza sempre più diffusa. Proprio l’altra sera, a cena con i figli quattordicenni della mia amica, mi hanno chiesto una cosa infilando una parola straniera che non ricordo nemmeno e io li ho guardati inebetita, come se avessi avuto bisogno di un traduttore!

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  7. Articolo molto bello e interessante, visto che, a parte sobremesa, non conoscevo le altre parole che ci hai raccontato.
    Da noi in sloveno una parola tipica è “zakuska” che in italiano non esiste. In altre lingue slave è semplicemnente un antipasto, mentre per noi è una sorta di rinfresco, solitamente (ma non necessariamente) freddo, ovviamente con annessa giovialità, che può andare avanti anche tutta la sera. La zakuska è un’istituzione per gli sloveni, ogni volta che c’è un evento (prima del covid, ovviamente) non può mai mancare una zakuska, dove buon cibo, spesso preparato a casa, e vino la fanno da padroni! 🙂

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  8. Io non sopporto gli inglesismi, se c’è una parola traducibile in italiano uso quella della mia lingua (eccezion fatta per le parole chiavi per indicizzare su google hehehhehehe). 😉
    Comunque mi hai rapita con “il terzo rabbocco della tazza di caffè”, un romanzo hahahahhaha

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  9. Io sono una di quelle che inserisce le parole inglesi quando parla in italiano, ma ho una scusante ahhahhah
    Sobramesa mi ricorda molto un termine che usava mia nonna in siciliano, che non credo si usi molto in altre parti, che è “a misa ri supra”, quando abbellisci il tavolo per stare in compagnia. Direi che nella nostra lingua dovremmo avere lo stesso concetto visto che, come gli spagnoli, il cibo e le chiacchiere sono un connubio perfetto.

    Delle altre lingue mi viene il classico flaneur/flaneuse francese o il fernweh tedesco che indica la nostalgia per posti non ancora esplorati. In gallese invece c’è cwtch, che non c’entra con cibo o viaggi ma è intraducibile in italiano. Vuol dire dare un posto sicuro ad una persona attraverso l’affetto che le si dimostra.

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    1. Sì sì tu sei assolutamente giustificata e lo capisco perché quando in ufficio c’erano anche delle persone che parlavano poco italiano, la lingua comune era un miscuglio improbabile 😂
      Non avevo mai sentito parlare del concetto di “misa ri supra” e in effetti è molto simile alla sobremesa.
      E che bello è il concetto di cwtch?

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  10. Sai Silvia che dei termini che hai elencato conoscevo solo quello di “sobremesa”. Ho studiato lingue all’università e ricordo che il docente di grammatica spagnola ci aveva detto che gli spagnoli hanno un termine che in italiano non esiste. Quello che indica, appunto, il tempo che si trascorre in compagnia rimanendo seduti a tavola dopo un pasto. A differenza loro, però, noi abbiamo il termine “abbiocco” (forse un po’ troppo dialettale). Quindi mentre loro fanno la sobremesa, dopo un pasto abbondante a noi viene l’abbiocco e, se possiamo, ci facciamo una bella siesta 😉

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    1. Ed è curioso il fatto che in italiano non abbiamo l’equivalente di sobremesa perché è un concetto anche molto italiano. Abbiocco mi sa che non ha equivalenti!
      Ora mi fai tornare in mente anche la parola spagnola “resaca” che se non sbaglio equivale a “hangover” ma non ha un equivalente in italiano.

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  11. Ho trovato il tuo articolo veramente simpatico e anche tanto vero, oramai usiamo in quasi tutte le occasioni molte parole straniere, spesso addirittura ignoriamo il vero significato.
    non ne conosco abbinate al cibo, ma sarei curiosa di saperne altre

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  12. Davvero carino il tuo articolo, mi piace scoprire parole nuove che non possono essere tradotte in italiano. Di termini al momento me ne viene in mente solo uno, “desayunar” ed è un verbo spagnolo. Non può essere tradotto perché in italiano non esiste. Significa “fare colazione”. Diciamo che se esistesse in italiano sarebbe “colazionare”. 😆

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