La verità sui viaggi di lavoro: i racconti delle travel blogger

Viaggiare a tutt i costi: sì o no? Per me è decisamente no. Partire per un viaggio deve essere un piacere, ma se diventa quasi una punizione, allora meglio rimanere a casa. Quante volte, in occasione di una trasferta, mi sono sentita dire: “Ah, beata te che viaggi per lavoro!” Una posizione che spesso viene invidiata, ma l’apparenza inganna. Voli gratis, alberghi di lusso, weekend da sogno? No, la verità è un’altra: pernottamenti in alberghi infimi, mancanza assoluta di tempo libero, necessità di sottostare al volere di un ex boss poco flessibile. 

So che in molti non sono d’accordo con me, e infatti un lettore, in un commento a un articolo pubblicato qualche tempo fa, ha dichiarato che l’importante è partire: poco importa se si tratta di un viaggio di lavoro o di una vacanza, perchè è pur sempre un viaggio. Non potrei essere più lontana da questa affermazione. E non sono la sola, perché alcune amiche blogger che hanno vissuto alcune (dis)avventure simili alle mie.

Garçon, Garçon! 

Di Simona – Viaggia come il vento

Quando si pensa a Parigi la mente corre subito ai bistrot di Montmartre, ad una romantica passeggiata lungo la Senna ed alle note di un accordéon francese. I miei ricordi parigini invece sono decisamente meno idilliaci visto che sono legati ai viaggi di lavoro in compagnia del mio (ex) boss. L’ultimo, poco prima che cambiassi azienda, è stato una tale sequela di momenti imbarazzanti da farmi sinceramente pensare di avere qualche peccatuccio da espiare prima dell’addio.

Che sarebbe stato un viaggio scoppiettante l’ho capito la prima sera quando, durante la cena in un elegante ristorante in compagnia di un nostro fornitore turco come noi a Parigi per la fiera, nel silenzio della sala sento improvvisamente una voce familiare urlare al cameriere un “garçon, garçon” accompagnato da un poderoso schioccare delle dita. Io ed il fornitore ci guardiamo sconcertati. Non ci siamo ancora ripresi dall’imbarazzo quando vediamo il suo braccio pronto a sollevarsi di nuovo per attirare l’attenzione del cameriere. Per fortuna il fornitore è più veloce e, poggiandogli una mano sul braccio, gli dice “Faccio io”.

Che la serata parigina si concluda con il ritorno in hotel già alle 21.30 è una vera e propria benedizione per me.

Non ci siamo dati appuntamento per la colazione e la mattina dopo scendo in sala speranzosa di non trovarlo. Invece è seduto proprio lì con un sorriso stranamente compiaciuto sul volto. Quasi con soddisfazione mi racconta, esprimendosi con la solita classe che lo contraddistingue, di essere stato infastidito dalla signora seduta alle sue spalle, colpevole solo di aver spinto in alcune occasioni la sedia contro la sua. Una cosa del tutto comprensibile in una sala microscopica, di quelle che si trovano solo negli alberghi parigini per intenderci. Il racconto è condito da commenti davvero poco lusinghieri. Il senso di fastidio si trasforma in terribile imbarazzo quando la signora, andando via, ci dice in un italiano dal forte accento francese che lei capisce la nostra lingua. Vorrei sprofondare mentre il boss se la ridacchia, incurante della pessima figura.

La giornata in fiera vola e non mi dispiace affatto che alle 20.00 il boss voglia andare a dormire. Solo poche ore mi separano dall’agognato volo di ritorno.

Parigi notte
Foto di Céline Martin da Pixabay

È finalmente venerdì e siamo all’aeroporto di Parigi Beauvais. Mi aspettano un volo per Bari con un posto assegnato lontano dal mio boss (e qui ringrazio l’assegnazione casuale dei posti) ed un weekend detox dal lavoro. L’autobus è fermo davanti all’aereo. Mentre attendiamo che ci diano l’ok per scendere, pregusto la mia liberazione. Cosa potrà mai accadere ancora?

Squilla il cellulare del boss. È un attimo quello che intercorre tra “Non ti sento” e la sua discesa dall’autobus. Comincia a fare avanti ed indietro sulla pista, mentre il personale si sbraccia e gli urla in francese di tornare su. Ma lui continua imperterrito nella sua passeggiata finché non lo accompagnano di forza sull’autobus. Tra i passeggeri è un misto di risate e commenti scandalizzati.

Come si dice in francese “Vorrei sprofondare tre metri sotto terra”?

Disavventure portoghesi

Di Marina, The Travelling Petsitter

Lavorativamente nasco come fotografa. Poco dopo aver terminato la scuola di fotografia, mi contattò un collega di corso che cercava un’assistente da portare in Portogallo per un’importante lavoro. Ovviamente risposi subito “Si!” ad un’offerta che si sarebbe rivelata una divertente avventura per entrambi.

Fu così che nel febbraio di tanti anni fa, carichi di entusiasmo e attrezzatura sbarcammo a Lisbona. La prima sera, mentre cercavamo di orientarci, ma soprattutto cercavamo un posto dove mangiare (finendo a fare una scorpacciata di cibo cinese con relativi problemi intestinali il mattino dopo), in Praça do Comércio ci si avvicinò un tale che ci offrì droga, aprendo e subito richiudendo l’impermeabile a mo’ di maniaco sessuale per mostrare la mercanzia. Ancora rido della scena!

Dopo questo brillante inizio, noleggiata una macchina, iniziammo il viaggio on the road verso Braga. Una mattina, su una stradina sterrata fiancheggiata dalla parete di una montagna e da una scarpata scoscesa ci accorgemmo di aver sbagliato strada, niente navigatori all’epoca. Il problema era che davvero non c’era spazio per fare inversione! Io schizzai fuori dalla macchina (in fondo che bisogno c’era di morire tutti e due?!) e aiutai, col cuore in gola, il mio compagno a fare manovra perché fu veramente questione di millimetri non finire nel burrone.

Ritornati indietro di qualche chilometro, in una zona sperduta, finalmente incontrammo due persone e ci fermammo a chiedere informazioni, uscendo entrambi dall’autovettura e lasciando le chiavi inserite, ma le portiere, chiudendosi, si bloccarono (iniziavano allora ad esserci le chiusure centralizzate). Prova e riprova, niente da fare, la macchina non si apriva! Riepilogando: eravamo sperduti nel nulla, non parlavamo portoghese, nessuna abitazione in vista, la macchina era una FIAT, marca poco diffusa in Portogallo, quindi senza nessuna speranza di trovare una chiave simile che magari riuscisse ad aprire la macchina… Insomma, un bel guaio!

Braga Portugal
Foto di Pedro Quintão da Pixabay

Per fortuna quelli a cui avevamo chiesto informazioni non ci lasciarono nei pasticci, e dopo un bel po’ di tempo rimediarono la chiave di una Peugeot con la quale, non so per quale miracolo, forse la forza della disperazione, finalmente riuscimmo ad aprire la vettura. Mai suono di un clic fu così apprezzato!!

Nel corso del viaggio, dopo una faticosa giornata di lavoro decidemmo di raggiungere subito la meta successiva, non sapendo che si trovava in una nota zona di vacanza montana e senza considerare che era sabato: infatti tutti gli alberghi della zona erano pieni. Mentre iniziava a farsi sempre più seria la prospettiva di passare la notte in macchina finalmente trovammo due camere libere in un posto squallido e sporco. Dico solo che mi misi a letto vestita (anche perché faceva un freddo cane) e la mattina dopo, rientrata dalla colazione, trovai il letto già rifatto per il cliente successivo con le lenzuola dove avevo dormito.

Nonostante queste ed altre disavventure, ho del Portogallo un bellissimo ricordo e spero di tornarci presto!

Parigi è sempre una buona idea… o no?

Di Paola, Party e Partenze

Ho lavorato per molti anni come exhibition manager per una multinazionale, e quindi “costretta” a continui ed estenuanti spostamenti in giro per l’Europa. Mi è capitato spesso di trovarmi in situazioni disastrose ma mai nulla è stato paragonabile ad una trasferta a Parigi, in un freddo novembre di tantissimi anni fa. Per i doveri imposti dalla mia posizione, ero sempre la prima del gruppo aziendale a partire per seguire i lavori di montaggio degli stand in fiera. Puntuale e pronta all’imbarco sono stata sorpresa dal primo infausto evento: il mio volo era stato annullato per uno sciopero dei controllori di volo. Così, per far fronte ai miei impegni senza ritardi, ho accettato il passaggio del responsabile del magazzino, che si spostava con un furgone pieno di materiale per lo stand in fiera.

Diciotto interminabili ore di viaggio, ad una velocità di crociera massima di ottanta chilometri all’ora, che hanno distrutto la mia schiena e la mia dignità. Sono arrivata esausta ad un’ora pazzesca ma pronta per iniziare il mio lavoro con poche ore di sonno.

Paola Party e Partenze Parigi
Foto di Paola – Party e Partenze

Il pomeriggio del giorno dopo vengo raggiunta dai primi colleghi freschi di aereo e mi sono ritrovata in una cena aziendale non preventivata, davanti ad un enorme piatto di ostriche. Il sonno perso la notte precedente e la faticosa giornata di lavoro mi avevano tolto l’appetito ed ho quindi praticamente saltato la cena con l’obiettivo di chiudere quanto prima la serata per gettarmi finalmente a letto. Ma, appena assaporata la morbidezza del cuscino, il mio cellulare ha cominciato a squillare. Tutti i miei colleghi stavano male, probabilmente intossicati da qualche ostrica non troppo fresca. Mi sono quindi cimentata nel primo soccorso saltellando da una stanza all’altra dell’hotel, richiedendo anche l’intervento di un medico.

La mattina seguente allo stand dell’azienda ero sola, impegnata a smistare e gestire tutti i clienti in visita, con poche ore di sonno sommato all’arretrato. I giorni seguenti sono scivolati e finalmente assaporavo l’idea del ritorno dopo tanto disagio, quando un messaggio della compagnia aerea mi ha annunciato che anche il mio volo di ritorno era stato cancellato. Potevo aspettare un paio di giorni per un nuovo volo o riprendere il furgone con il magazziniere che sarebbe partito dopo poche ore. Ho scelto quindi le quattro ruote, rassegnata al viaggio scomodo e rumoroso. Già, troppo rumoroso: infatti, in un punto non definito, tra Italia e Francia, il motore ha cominciato a fare rumori sinistri, costringendoci ad una sosta.

Il nostro mezzo ci aveva lasciato in panne, nel nulla, con l’unica possibilità di trovare una sistemazione per la notte e attendere la riparazione, promessa dall’unico meccanico, per il giorno seguente. Ci hanno consigliato un hotel nuovissimo, appena inaugurato: la stanza era graziosissima, tutta in legno di pino con un intenso profumo di nuovo. Troppo intenso. Esageratamente intenso. La vernice con cui erano trattati i mobili dopo dieci minuti irritava gli occhi facendoli lacrimare copiosamente. Aprire la finestra era una soluzione, ma comportava la sopportazione del rigidissimo clima invernale. La notte è trascorsa tra clima glaciale e intossicazioni chimiche ma, in tarda mattinata, abbiamo recuperato il mezzo e siamo ripartiti verso Milano, stanchi e odorosi di impregnante per legno di pino. Le luci di Milano hanno aperto il mio cuore e finalmente mi sono ritrovata a casa, sana e salva, sopravvissuta a ostriche, scioperi aerei, impregnanti e guasti meccanici. Evviva. Il giorno dopo sarei partita per Bologna, ma in treno!

Non è tutto oro quello che luccica, e i racconti della amiche blogger mi hanno convita ancora di più che non sono disposta a tutto pur di viaggiare. Cosa ne pensate?

40 pensieri riguardo “La verità sui viaggi di lavoro: i racconti delle travel blogger

  1. Grazie Silvia per avermi ospitata! La tua rubrica #inviaggiocolcapo mi ha fatto sentire meno sola da quando l’ho scoperta 🙂
    E sì, viaggiare per lavoro, soprattutto quando non puoi ritagliarti spazi per te, può diventare un vero inferno! L’unico lato positivo è che finisci per avere tanti aneddoti da raccontare 😀

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  2. Di solito quando si parla di viaggi si tende a mostrare il lato migliore delle cose, tuttavia ci sono tantissimi episodi “dietro le quinte”. A posteriori diventano buffi ricordi che ci fanno ridere, ma ammettiamolo, nel momento in cui accadono sono decisamente meno piacevoli. Grazie alle ttravel blogger per questi racconti che mi hanno strappato un sorriso!

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  3. Beh, più me ne riferite, più me ne convinco anch’io. Certo, alla fine si supera tutto, ma se un viaggio di lavoro deve trasformarsi in una penitenza, allora molto meglio le gite organizzate stile INPS 😛 Se prima ero tra quelli che invidiavano i vostri viaggi di lavoro… oggi invece invidio il vostro self-control e l’estrema padronanza nella gestione dell’imbarazzo! 😀 L’ex boss di Simona ci mancava solo che dicesse Nojo volevam savuar…

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  4. Oddio scusate ma ho riso molto, queste testimonianze accorate sono una più divertente dell’altra 😀 Personalmente le poche volte che ho viaggiato per qualcosa che assomigliasse al lavoro è andata sempre piuttosto bene, mentre i miei viaggi di studio si sono sempre caratterizzati da alte soglie di disagio. Ma quello, si sa, è un destino più comune! 😀

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    1. Non ti devi scusare, ci mancherebbe! Se ci penso rido anche io ora, anzi ridevamo già con i miei colleghi dopo essere tornato dalle trasferte.
      Ommammamia le gite scolastiche, che brutti ricordi! Pensa che un anno i miei volevano mandarmi in colonia con l’oratorio ma ho fatto il diavolo a quattro per non andare 😂

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  5. Oddio, ringrazio ogni giorno che non devo viaggiare per lavoro, anche se post Covid potrei fare delle trasferte in Italia. Il tizio portoghese che apre il cappotto per vendere droga mi ricorda molto alcuni personaggi di Camden!!

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  6. Come giustamente hai detto il viaggio deve essere un piacere non una costrizione che genera solo che ansia. Quindi non invidio chi viaggia per lavoro e poi non può godersi un attimo di tregua o chi ha vissuto certe disavventure!

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  7. Hanno fatto sorridere anche me! 🙂 Sicuramente mi fossi trovata nelle vostre situazioni avrei tutt’altro che riso! Pazzesco come possano succedere certe cose! Non mi resta che farvi gli imbocca al lupo per i prossimi viaggi….

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  8. Grazie Silvia, mi hai fatto tornare alla mente tanti ricordi di un’altra vita!! Comunque viaggiare per lavoro può essere sicuramente faticoso e pesante, ma devo dire che ho avuto anche la possibilità di vedere luoghi che, come semplice turista, non avrei mai pensato di visitare, quindi secondo me vale sempre la pena viaggiare!!

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  9. Devo dire che finora ho fatto ben pochi viaggi di lavoro, e solo in un’occasione all’estero. In quel caso devo dire che comunque sono riuscita a godermi la mia parte “travel” senza troppi problemi. Nel senso che, fermo restando che non ero andata lì per divertirmi né per fare la turista, sono comunque riuscita a ritagliarmi uno spazio per vedere qualcosa di nuovo. Per fortuna disavventure non me ne sono capitate. Non ancora, per lo meno…

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  10. Leggere le vostre (dis) avventure nei viaggi di lavoro mi fa sorridere e pensare che sono veramente felice di non doverlo più fare. Non è vero che i viaggi di lavoro sono pur sempre viaggi, spesso i viaggi di lavoro sono degli incubi per chi come me spesso veniva declassata al ruolo di schiava che dopo ore e ore di macchina o aereo doveva anche allestire lo stand, portare la moglie del cliente straniero a fare shopping, fare il giro degli alberghi degli ospiti e verificare che in ogni stanza ci fosse un piccolo omaggio di benvenuto…complimenti per i vostri racconti, se li avete scritti significa che siete sopravvisute!

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    1. Allora ci puoi capire! Mi hai fatto tornare in mente che quando partivamo con il boss, io e i colleghi di turno dovevamo verificare la sua stanza prima del suo arrivo e controllare che il materasso fosse di misura king size e non queen size, e che il materasso fosse uno unico e non due uniti, perché la “cucitura” gli dava fastidio… Piuttosto di viaggiare così rimango a casa!

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  11. Viaggiare deve essere un piacere, sopratutto godersi i luoghi che si visitano è fondamentale, per poi trasmettere anche agli altri. Viaggiare per lavoro è strano ma ci si può comunque godere qualcosina per fortuna non mi sono mai successe disavventure.

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