I sapori della New York degli italiani

Tempo fa Robin mi estorse una promessa: avremmo trascorso un giorno intero a New York alla scoperta delle sue origini italiane. La mia amica viene dal Queens ma ha un cognome napoletano, eredità di un bisnonno che lasciò la Campania per rifarsi una vita in America. Parla pochissimo l’italiano, ma vuole riscoprire le sue radici partendo dal cibo. A dire la verità l’idea di essere a Manhattan e passare la giornata mangiando cose che potrei tranquillamente ordinare in Italia non mi entusiasma, ma avevo dato la mia parola.
Ci incontriamo per colazione sulla 18a strada, da Tarallucci & Vino. Quando arrivo Robin non c’è ancora e, in cuor mio, spero che abbia cambiato idea e che abbia deciso di trascorrere la giornata in un altro modo. Quando la vedo arrivare non le lascio il tempo di sedersi e le chiedo se è proprio sicura. Lei mi risponde cercando di imitare l’accento italiano, ma il risultato suona più scozzese che altro: “I’m gonna make you an offer you can’t refuse.” Ci mettiamo a ridere mentre il cameriere impassibile prende l’ordinazione. Il cappuccino è ottimo, con la schiuma densa e il gusto forte di caffè. Anche il croissant regge bene il confronto con quelli serviti in molti bar italiani: senza marmellata, burroso al punto giusto.

tarallucciextfx by nycnosh, on Flickr

Quando usciamo dal locale ci incamminiamo lungo la Broadway, dirette a nord. Robin mi spiega che New York è la città americana che conta il numero più alto di italiani, entrati nel paese principalmente tra il XIX e il XX secolo. Avevo già sentito dire qualcosa del genere, ma non sapevo che la Little Italy che conosciamo, quella che si estende intorno a Mulberry Street e che ormai si confonde con Chinatown, non è in realtà il primo insediamento di italiani. I primi immigrati dal sud Italia, mi spiega Robin, si erano stabiliti a Harlem, dove negli anni Trenta vivevano oltre 100.000 italiani. Cerchiamo di farci venire in mente alcuni personaggi famosi, tra cui Robert De Niro, John Fante, Rudolph Giuliani. Robin cita un altro nome, che però non riesco a capire. Mi sembra che abbia detto “oscar”, e penso che voglia riferirsi a qualche attore che ha vinto un oscar, ma non si tratta di quello. Lo intuisco all’altezza del Flatiron Building, dove Robin mi indica la prossima destinazione: Eataly, the Italian food Mecca, secondo le sue parole. Sono un po’ scettica perché conosco il negozio di Torino e non mi entusiasma la prospettiva di vederne una copia sulla Quinta Avenue. Presto però mi rendo conto del significato che un’impresa del genere ha agli occhi di un americano, con la scelta vastissima di prodotti italiani e un buon rapporto qualità prezzo.

Eatali-Manhattan, New York by RebecaAR, on Flickr

Una volta in strada, Robin ferma un taxi che ci porta sulla Seconda Avenue, all’altezza 12a strada. Siamo di fronte a un palazzo di mattoni rossi, con la scala antincendio sollevata fino quasi a sfiorare la tenda di Cacio e Pepe, il ristorante dove la mia amica viene accolta come una figlia. Sembra di essere a Roma, tra il timballo di melanzane alla parmigiana e i tonnarelli cacio e pepe. Finito il pranzo, ci intratteniamo con la scusa di finire il vino, ma in realtà siamo affascinate dall’atmosfera e dagli altri clienti: se al nostro arrivo i tavoli occupati erano appena un paio, in mezz’ora il locale si è riempito. Sembra il set di un film di gangster, tanto che non mi stupirei di vedere entrare Al Pacino. Purtroppo non succede niente del genere, quindi alle due del pomeriggio ce ne andiamo.

So keep your head high, keep your chin u by Linh H. Nguyen, on Flickr

Dalla 14a strada prendiamo la metropolitana verso Battery Park: l’idea di Robin è di prendere il traghetto diretto a Ellis Island per visitare il Museo dell’Immigrazione, da dove sono transitati tutti gli immigrati diretti negli Stati Uniti. Purtroppo però non ha prenotato i biglietti e la coda è chilometrica. Decidiamo di lasciar perdere: a malincuore, anche perché lo stesso traghetto procede poi verso Liberty Island, dove avremmo potuto vedere la Statua della Libertà. Decidiamo di esplorare le strade intorno a Bowling Green, area che nel XVII secolo venne battezzata New Amsterdam dai primi coloni olandesi. Raggiungiamo Wall Street, da dove proseguiamo fino a Ground Zero.
Con calma risaliamo Lower Manhattan: ci fermiamo a Spring Street per un tè freddo, perdendo tempo a guardare le vetrine dei negozi degli stilisti di SoHo. Sono quasi le sette quando arriviamo nel Greenwich Village: per le mie abitudini italiane non è ancora ora di cena, ma davanti all’ingresso di Joe’s Pizza c’è già la coda.

Joe’s Pizza by RealMattKane, on Flickr

Joe’s è un’istituzione: non è possibile prenotare, per cui è un bene che siamo arrivate presto. Dopo mezz’ora siamo sedute nel locale che da quasi quarant’anni serve la pizza migliore di Manhattan. Sembra che non sia stato cambiato nulla dal ’75, dall’insegna bianca e rossa ai tavoli in laminato, alle fotografie alle pareti che ritraggono i clienti famosi. Ordiniamo una margherita in due e dopo un boccone penso che non farò affatto fatica a finire la mia metà: come prometteva il cartello all’ingresso, questa è la vera pizza newyorchese.

Cover photo © Hieu Le

3 pensieri riguardo “I sapori della New York degli italiani

  1. Allora a volte mangiare italiano all’estero non è una cosa negativa! Ma per quanto riguarda New York lo sospettavo! Coesistono in un’unica città culture e cucine di tutti i tipi.. e se mangiare cornetto e cappuccino in Irlanda stona , mangiarlo a New York sembra normale. È il potere della magica grande mela!

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...